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L'impianto di San Nicola di Melfi Via gli obblighi aggiunti dalla Giunta, lo stop automatico, i fondi per i monitoraggi

Melfui, il Tar boccia le prescrizioni a Fenice

Giovanni Rivelli

Il 14 aprile del 2014 era stata annunciata dall’allora assessore regionale all’ambiente Aldo Berlinguer come una novità rivoluzionaria: ma quella innovativa Autorizzazione Integrata Ambientale che avrebbe posto nuovi vincoli al Termovalorizzatore Fenice di Melfi è stata praticamente «azzerata» dal Tar, nel senso che sono state annullate tutte le prescrizioni e i vincoli contenuti nell’«allegato 2» (quello che appunto aveva aggiunto la Regione all’atto dell’approvazione), è stato eliminato il blocco automatico delle attività al superamento delle soglie di emissioni, è stato eliminato l’obbligo di versare 300mila euro per i programmi di vigilanza sanitaria nella zona, è stata ridotta la posta finanziaria a garanzia dell’attività e altro ancora.

Per la società «Rendina Ambiente», titolare dell’impianto, una vittoria su tutta la linea perché, da una prima analisi, la regolamentazione che ne resta appare molto più «leggera» praticamente (e nemmeno tutta) quella che la stessa società aveva concordato in sede di conferenza dei servizi, eliminando tutte le parti aggiunte dopo.

All’origine della «bocciatura» della delibera regionale e di una successiva nota della Regione Basilicata, ci sarebbero più motivi ma il principale, praticamente quello che ha fatto saltare il totale delle prescrizioni aggiuntive deliberate dalla Giunta, è proprio il fatto che queste sono state aggiunte in coda al procedimento, vale a dire senza discuterne in conferenza di servizi.

Via gli obblighi dell’ Allegato 2 Era uno dei punti di forza del provvedimento, con l’aggiunta di una serie di prescrizioni di sicurezza. Ma i giudici amministrativi hanno ritenuto fondate le doglianze dell’azienda secondo cui «le stesse modifiche sono state introdotte all'ultimo, immotivatamente, al di fuori della conferenza, in contrasto con le risultanze della conferenza di servizi del 2012, e senza tenere conto che in molte parti la stessa Conferenza si era già espressa in senso favorevole alla ricorrente e in senso contrario alle osservazioni del Comune; osservazioni confluite nell’Allegato 2». E poiché il «codice dell’ambiente contempla il ricorso, in fase istruttoria, al modulo organizzativo della conferenza di servizi», anche se questa ha funzione preparatoria rispetto al momento decisorio che è rappresentato dalla deliberazione, «il provvedimento impugnato si appalesa ciò nondimeno illegittimo nella parte in cui ha approvato, mediante il ripetuto “allegato 2”, ulteriori prescrizioni che non risultano essere state previamente esaminate dalla conferenza, ovverosia nella sede deputata a tale attività, e sulle quali dagli atti di causa non emerge lo svolgimento di alcun ulteriore approfondimento istruttorio», anche perché «in alcun modo è quindi dato comprendere le ragioni poste a fondamento dell’introduzione di ulteriori prescrizioni che innovano significativamente i contenuti dell’allegato 1, ovverosia il documento tecnico elaborato nell’ambito della conferenza».

Via il monitoraggio salute e ambiente Ma non è l’unica bocciatura di un ricorso che forse è stato proposto proprio per quell’«allegato due». La società, nel ricorso ha contestato anche la prescrizione dell’allegato 1 che la obbligava a finanziare, con un contributo annuo pari a 100mila euro, e per un importo complessivo di 300mila, uno «studio di sorveglianza ambientale e sanitaria». «Non si rinvengono, nel quadro normativo di riferimento - hanno osservato i giudici - disposizioni che legittimino l’autorità competente a condizionare l’autorizzazione integrata in questione all’erogazione, da parte del ricorrente, di un oneroso contributo, quale quello di cui è questione».

Via il «meccanismo semaforico» L’Aia prevedeva che in caso di non conformità delle emissioni in atmosfera, il gestore dovesse interrompere immediatamente lo scarico dei fumi in atmosfera. Una disposizione «inattuabile» hanno osservato i giudici forti di una perizia tecnica, poiché «l’interruzione “istantanea” dello scarico gassoso “non conforme” non è realizzata da un punto di vista impiantistico né è prevista per essa alcuna procedura progettuale standardizzata».

Tagliati i fondi da porre a garanzia La Regione aveva chiesto una garanzia di quasi 6 milioni e 200mila euro per eventuali danni, ma la società ha obiettato che non aveva tenuto conto del possesso di alcune certificazioni ambientali che riducevano l’importo del 40% e i giudici gli hanno dato ragione. Garanzia ridotta e meno di 2 milioni e mezzo.

Via i tempi per le centraline Eliminati anche i termini di 6 mesi per alcune centraline di monitoraggio, un termine ritenuto insufficiente seguito della perizia disposta dal Tar anche perché centraline e sistemi di monitoraggio non erano puntualmente definiti («risultando del tutto generico il termine "centralina"» dicono i giudici) e bisognava concordarne l’implementazione con l’Arpab. In modo «irragionevole», hanno spiegato i giudici, veniva inclusi nel termine «anche segmenti temporali non nella disponibilità della ricorrente, quali quelli relativi al raggiungimento dell’intesa con l’Arpab».

Per la Regione, ora, strategia da rivedere e un conto da pagare. Quello di circa 10mila euro per la perizia disposta dal Tar e ora messa a suo carico.

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