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Il Tribunale derubrica l’accusa sui fatti del Potenza in associazione a delinquere semplice: il tempo ha la meglio. Resta un solo imputato per fatti diversi

Potenza, non fu mafia, la Calciopoli lucana è prescritta

POTENZA - Le altalenanti decisioni sui Basilischi, tra giudici lucani e Cassazione, fanno cadere l’accusa di Associazione mafiosa che diventa associazione a delinquere semplice, l'iter complicato del procedimento (con un andirivieni tra Tribunale e Gip proprio per diverse decisioni sull’aggravante) dai fatti del 2008 ha visto passare troppo tempo e la calciopoli lucana, quella che ruotava attorno all'allora presidente del Potenza dell’epoca, Giuseppe Postiglione e a un elemento di spicco della criminalità, quale è comunque Antonio Cossidente finisce nel nulla della prescrizione.

Ieri il Collegio penale di Potenza presieduto da Federico Sergi, dove la vicenda era ancora all’esame in attesa del giudizio di primo grado, ha sentenziato il «non doversi procedere» nei confronti dello stesso Postiglione, Pasquale Giuzio, Luca Evangelisti, Aldo Fanizzi, Ettore Todaro, Antonio Di Pasquale, Donato Lapolla e Luigi Carmine Scaglione sia per i reati associativi che per i reati scopo, combine o pestaggi. Fatti che portarono la giustizia sportiva a disporre il declassamento d'ufficio della squadra all'ultimo posto e la retrocessione in Seconda Divisione, ma resta quella l’unica sentenza con il dolore che portò ai tifosi.

I fatti documentati dalle indagini delle forze dell’ordine e dell’Antimafia avevano delineato un quadro fatto da interessi, scommesse e violenze che ora va in archivio destinato alla letteratura e al ricordo civile.
La vicenda partì dai già allora esistenti progetti di un nuovo stadio e presunte cordate, inglesi o olandesi, interessate all’operazione. La Dda iniziò a sospettare della vicinanza di Cossidente (allora considerato un boss dei Basilischi) a Postiglione e iniziò ad indagare sull’ipotesi che il gruppo legato al malavitoso avesse interessi in operazioni commerciali e della costruzione del nuovo campo sportivo. Ed è proprio questo progetto che avrebbe tirato in ballo il consigliere comunale dei Popolari Uniti, Luigi Scaglione che, stando alla tesi accusatoria, avrebbe garantito il proprio appoggio al progetto pur senza che tale affermazione si concretizzasse poi in alcun modo.

Nel corso delle indagini erano emersi però altri aspetti e in particolare una serie di irregolarità nelle gare. Partite vendute, come la gara di ritorno del campionato di C1 2007/2008 del 20 aprile in cui la Salernitana sconfisse il Potenza per 1 a zero. O ancora spedizioni punitive in albergo per intimidire i giocatori della squadra avversaria come la gara col Gallipoli del 6 aprile finita 3-2, quando oltre all’aggressività in campo e a bordo campo, ci fu anche una spedizione, prima della gara, nell’hotel dove alloggiavano gli ospiti. Il tutto inquadrato anche in un ottica di scommesse (di cui parlarono i primi testimoni descrivendo viaggi per puntate frazionate che eludessero i controlli) e di controllo in cui anche chi contestava la gestione della società veniva intimidito da Cossidente.

Fatti che non corrispondono a una verità giudiziaria. Ha avuto ragione il difensore di Postiglione, l’avvocato Donatello Cimadomo, che nella scorsa udienza aveva chiesto al collegio di prendere atto delle decisioni della Cassazione, derubricare e archiviare. E resta così in piedi solo un’accusa di estorsione per Aldo Fanizzi che nulla ha a che vedere col calcio.

Il «calcio d’angolo» della prescrizione, come detto, è frutto proprio del «pendolarismo» del processo tra mafia e non mafia. La Procura l’aveva contestata, ma il primo Gip non la riconobbe e dispose il rinvio a giudizio per associazione semplice. Partì il processo ma ad Aprile 2015 l’allora Pm potentino Francesco Basentini, a seguito di alcune sentenze frutto di giudizi abbreviati che avevano riconosciuto l’aggravante mafiosa chiese la restituzione degli atti per la nuova contestazione. A Giugno avanzò richiesta al Gip, e a febbraio 2016 fu disposto il nuovo processo per «mafia».

Un percorso inverso a quello conclusosi ieri. Perché una delle persone che aveva definito la sua posizione in abbreviato, Michele Scavone, rimediando una condanna per associazione semplice. Ma in appello, nel 2015, la sentenza mutò con il riconoscimento dell’associazione mafiosa, cosa contro cui ricorse il difensore, l’avv. Gaetano Basile, ottenendo un primo annullamento con rinvio a Salerno e, dopo che questa corte aveva sentenziato «associazione semplice, ma con l’aggravante di aver favorito i clan», un secondo annullamento con rinvio a Napoli per escludere del tutto la mafiosità. In questo modo salvando il suo cliente e aprendo la strada all’epilogo odierno per tutti.

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