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Medici entrano nel sistema sanitario e poi chiedono di trasferirsi

Potenza, medici malati e infortunati: chiuso reparto neonatale, disposta inchiesta

POTENZA - Tra domani e martedì potrebbe essere riattivata la Terapia intensiva del reparto di Neonatologia all’ospedale San Carlo di Potenza. È previsto il rientro di due dei cinque medici che tra malattie e congedo parentale si sono assentati in questo periodo determinando l’inevitabile sospensione dei ricoveri.

Ma ritenere che la situazione sia risolta è da stolti. Anche perchè ai due medici che rientrano si può mai chiedere di coprire tutti i turni che solo un organico di almeno una decina di camici bianchi può garantire? Senza contare i riverberi delle parole al fulmicotone pronunciate dall’assessore regionale alla Sanità, Rocco Leone, che ha accusato esplicitamente i medici in malattia di essere «malpancisti» per non aver vinto il concorso da primario. Chi rifarà (perché le ha già fatte in passato) 18 ore di seguito in servizio dopo essere stato tiro al bersaglio del fango mediatico?

Insomma, con i due rientri, il neonatologo «prestato» da Castellammare nell’ambito di una convenzione con il San Carlo e, magari, con un altro medico in trasferta per coprire qualche turno, si consentirà al reparto di riaprire. Ma è pur sempre una soluzione tampone. Fragile. Con un equilibrio che può interrompersi al primo alito di vento.
Neppure l’arrivo del nuovo primario, Antonio Sisto, previsto per il 15 settembre, con al seguito un paio di specializzandi da Chieti, può essere considerato risolutivo. Il problema dei super-turni è sempre dietro l’angolo, basta ricordare che, tabulati alla mano, da gennaio a luglio scorsi i neonatologi di Terapia intensiva hanno fatto 350 ore di lavoro in più a testa, senza recuperi festivi, senza riposi e ferie. Una palese violazione della normativa di riferimento, al punto da trasformare il caso San Carlo nell’oggetto di un’inchiesta da parte dell’Ispettorato del lavoro. Nel «calderone» rientrano anche gli infermieri del reparto, assolutamente sottodimensionati rispetto alle esigenze operative.

Come se ne esce? Non è facile. E non è un tema che riguarda solo Terapia intensiva dove, sulla carta, l’organico è di sette medici, con i cinque al centro della vicenda di questi giorni, un sesto che si è accasato da tempo a Cosenza e un settimo che è in aspettativa (prossimo al pensionamento) e in causa con il San Carlo. Quasi tutti i reparti dell’ospedale potentino, infatti, sono in sofferenza parlando di organici, a cominciare da Ematologia, chiaro segnale di una carenza generale di medici. Al netto di una insufficienza che è di carattere nazionale, il San Carlo in questi ultimi anni ha visto accentuarsi al suo interno il fenomeno delle «porte girevoli»: giovani (e meno giovani) medici che utilizzano l’ospedale potentino come accesso al sistema sanitario nazionale per poi fare fagotto alla prima occasione, aggrappandosi a orpelli di garantismo vario come il ricongiungimento familiare o la mobilità. Lo «storyboard» è sempre lo stesso: al massimo un anno di lavoro e poi via, verso casa, lontano da Potenza. C’è chi ha fatto anche prima, allo scadere dei sei mesi di prova. Non un giorno in più per presentare la domanda di trasferimento. Almeno cinquanta i camici bianchi che, nel corso dell’ultimo decennio, sono stati protagonisti della «toccata e fuga» al San Carlo. È il risultato della naturale propensione a chiedere di lavorare vicino casa e della scarsa appetibilità, dal punto di vista economico, dell’azienda ospedaliera potentina. Ma gioca un ruolo fondamentale anche la carenza infrastrutturale: strade e ferrovie più moderne e la presenza di un aeroporto potrebbero convincere il medico campano, calabrese o pugliese a restare qui per ricongiungersi ai familiari con facilità a fine turno o nei week-end.
Lo scenario complessivo, invece, è «terreno fertile» per chi non vede l’ora di trasferirsi. Lo hanno fatto anche i cinque specializzandi della Cattolica che, sulla scia di una convenzione con il San Carlo, arrivati a Potenza per «farsi le ossa», si sono dileguati in un battito di ciglia. Nessuno di loro è rimasto.

Se il capoluogo lucano piange, non ridono di certo altre sedi ospedaliere lucane dove il problema è accentuato da collegamenti ancora più precari. Basta dire che a Melfi e a Lagonegro alcuni giovani medici hanno rifiutato la proroga del contratto a tempo determinato già pronta per essere firmata. Hanno preferito restare a spasso, magari galleggiare in fondo a una graduatoria di camici bianchi a Roma piuttosto che lavorare in Basilicata.
Tutto questo deve far riflettere la classe dirigente, la politica, chi gestisce la sanità. La soluzione paventata di prevedere concorsi con il vincolo di una permanenza per «tot» anni presterebbe il fianco a ricorsi. Ci sono sentenze, passate in giudicato, che hanno dato ragione a chi ha impugnato un’impostazione di questo tipo. Servirebbe, dunque, una legge ad hoc più stringente sui concorsi, in base alla quale si obblighi il vincitore a prestare servizio nella sede per il quale è stato bandito il concorso stesso per almeno cinque, sei anni. Senza una sponda normativa tutto sarebbe inutile. Continueremo ad assistere alla «toccata e fuga» dei medici in un contesto provato dal calo delle risorse, dalle infrastrutture carenti e dalla storica miopia dei management politici e gestionali.

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