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PIERO MIOLLA

Bacino dei fosfogessi del Sin di Tito, qualcosa si muove. Ma per il resto? Poca roba, considerando che i due Siti d’Interesse Nazionale lucani (oltre a Tito c’è quello della Valbasento), la bonifica continua ad essere una vera e propria chimera. La notizia di questi giorni circa l’affidamento del servizio di caratterizzazione radiologica propedeutico alla bonifica del bacino fosfogessi dell’area dell’ex Liquichimica di Tito scalo, se, da un lato, rappresenta un’importante operazione preliminare alla messa in sicurezza del famigerato bacino titese, dall’altro non risolve e non assorbe i clamorosi ritardi sul tema. «Espletate le procedure di sottoscrizione del contratto si potrà finalmente dare inizio alla caratterizzazione radiologica del sito, con l’obiettivo di dare concretezza all’intervento di bonifica e messa in sicurezza permanente del bacino fosfogessi», ha dichiarato l’assessore all’Ambiente della Regione Basilicata, Francesco Pietrantuono.

Già, ma il resto? Sia a Tito che in Val Basento qual è lo stato dell’arte? Senza entrare nei dettagli delle singole operazioni, il ritardo è innegabile. Troppo lenta e a macchia di leopardo, infatti, è stata la macchina regionale che aveva ed ha il compito di istruire le pratiche per giungere alla bonifica. I due Sin, va ricordato, sono stati designati come aree da bonificare nei primi anni 2000: va da sé che, essendo oggi nel 2018, sono passati quasi venti anni senza che quelle martoriate aree e le rispettive popolazioni abbiano potuto vedere non solo non completata l’opera di pulizia e messa in sicurezza, ma anche solo una parte di siffatta operazione.

Per non parlare, poi, delle ali tarpate alle ambizioni di rilancio delle due aree industriali, che, senza la bonifica, non potranno mai ripartire essendo impossibilitate ad attrarre investitori e imprenditori. Insomma, una perfetta storia lucana: una storia del “vorrei ma non posso”, o, meglio, non ci riesco. Tornando al bacino dei fosfogessi, Pietrantuono ha reso noto che la Suarb (Stazione unica appaltante della Regione Basilicata) ha disposto l’efficacia dell’aggiudicazione della procedura di gara in favore della Rti Protex italia, capogruppo mandataria, in associazione con Sgm e Apogeo.

L’assessore regionale ha ragione quando auspica che si chiuda «un annoso capitolo sul tema del risanamento ai fini del riuso delle aree classificate siti di interesse nazionale. Il risultato è particolarmente significativo perché si tratta di un sito interessato dalla problematica della radioattività naturale rilevata da Arpab nel corso del 2013, condizione che ha determinato l’attivazione della procedura prevista dal decreto legislativo 230/95, coordinata dal Prefetto di Potenza e che ha richiesto l’attivazione di una apposita commissione tecnica prefettizia di valutazione del progetto di caratterizzazione». Peccato che, come anticipato, fino ad ora si siano accumulati ritardo clamorosi.

Il tema è delicato, s’intende, e meriterebbe (o, meglio, avrebbe meritato soprattutto in passato) uno sforzo più incisivo e dettagliato. Ma tant’è. Alla bonifica, va ricordato, si dovrebbe arrivare grazie a un complesso percorso di attuazione dell’accordo quadro rafforzato, sottoscritto nel 2013 dalla Regione con i ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente per la definizione di 10 interventi di messa in sicurezza e di bonifica delle acque di falda e dei suoli nei Sin di Tito (quattro interventi) e Val Basento (sei interventi). Tra questi, anche quello relativo al sito ex Materit, nell’area industriale di Ferrandina: una sorta di polveriera (di amianto) a cielo aperto in merito alla quale anche l’Inail è dovuto intervenire per segnalare la situazione molto grave in cui versa quell’area.

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