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Addio a Paolo Laterza

Addio a Paolo Laterza

di Oscar Iarussi

Un protagonista schivo della storia novecentesca di Bari, e non solo di Bari, dal secondo dopoguerra in avanti. Questi è stato l’avvocato Paolo Laterza, scomparso ieri mattina all’età di 88 anni (ne avrebbe compiuti 89 il prossimo 29 ottobre). Fu membro del Consiglio superiore della Banca d’Italia e a lungo presidente della casa editrice, che, nelle stagioni post-crociane, guidò insieme al fratello, l’editore Vito Laterza, morto nel 2001.

Mentre Vito si era trasferito a Roma, pur senza recidere radici e legami pugliesi, Paolo Laterza gestì in prima persona e quasi «dietro le quinte» alcuni passaggi difficili dell’impresa di famiglia, trasformandola in Società per Azioni. Alla «ditta», come usava chiamarla nel lessico famigliare, non ha mai fatto mancare consigli e supporto. In particolare fu decisivo il suo ruolo quando, alla fine degli anni ‘80, il marchio rischiò di finire nella mani di un grande gruppo milanese che tentò la scalata. Alcuni degli eredi, infatti, avevano messo in vendita le loro azioni, ma Paolo Laterza riuscì a sventare quel tentativo di concentrazione editoriale, esercitando la prelazione grazie a un credito bancario restituito entro poco e alla mobilitazione dell’opinione pubblica (la «Gazzetta» giocò il suo ruolo).

Sicché la prestigiosa - e rinnovata - eredità della «Gius. Laterza & Figli» rimase sinonimo di indipendenza culturale, di tenacia meridionale e di sobrietà laica, nel segno del motto scelto nel 1901 da Giovanni Laterza, Constanter et non trepide («Costantemente e senza trepidare»). E in quel torno di tempo Paolo e Vito poterono passare le consegne alla nuova generazione, i cugini Alessandro e Giuseppe Laterza, ancora oggi direttori editoriali, mentre Maria Laterza cura la libreria di via Dante nel capoluogo pugliese.

Dal suo studio legale di piazza Umberto dove si occupava di diritto civile, societario e bancario (per quarant’anni condiviso con il penalista Gaetano «Nino» Contento, forse il primo vero «studio associato» in Italia), sette/otto piani sopra le stanze della casa editrice, Paolo Laterza poteva allungare lo sguardo fino alla città vecchia e, oltre, verso il mare. Ma soprattutto l’avvocato Laterza aveva ogni giorno sotto gli occhi via Niccolò dell’Arca e la piazza dove, appena quattordicenne, il 28 luglio 1943, era stato partecipe della protesta studentesca antifascista finita in una strage per mano dei militari badogliani e di alcuni irriducibili squadristi (il regime era caduto soltanto tre giorni prima, il 25 luglio).

L’eccidio di via dell’Arca fu perpetrato contro cittadini inermi, molti ragazzi ancora con i pantaloni alla zuava. Sul terreno rimasero 20 morti, tra i quali Graziano Fiore (figlio di Tommaso e fratello di Vittore), e 38 feriti. Ha scritto lo storico Vito Antonio Leuzzi: «Nel corso degli interrogatori, il prof. Fabrizio Canfora, ferito a un braccio e a una gamba, il direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno”, Luigi De Secly (tratto agli arresti per aver pubblicato il 28 luglio l’articolo “Viva la libertà”) e diversi studenti universitari confermarono che l’obiettivo della manifestazione era quello di andare incontro a Tommaso Fiore, Michele Cifarelli, Nino Laterza e diversi esponenti del gruppo clandestino liberal socialista, dopo che si era diffusa la voce di una loro imminente scarcerazione».

In quegli anni Villa Laterza era frequentata dal filosofo Benedetto Croce e da un gruppo di intellettuali più o meno giovani, tra cui Guido De Ruggiero, Guido Calogero ed Ernesto De Martino, e veniva tenuta sotto stretta sorveglianza dalla polizia fascista. Della tragica giornata libertaria del 1943, di quella estate «mischia di lutto e di luce», Paolo Laterza era rimasto un custode discreto ma fermo nel difendere la memoria storica. Un giorno, una vita... Fu il senso del suo intervento, l’ultimo in pubblico, lo scorso 26 luglio al Museo Civico per l’annuale commemorazione della strage, cui volle esserci nonostante la salute malferma. E in anni recenti si era offerto più volte di pagare di tasca propria per recintare il monumento alle vittime del 28 luglio, pur di salvaguardarlo dal degrado di piazza Umberto, se il Comune non fosse intervenuto. Appelli non gridati, come era nel suo stile: consapevole e fattivo, con un tocco di ironia e disincanto che metteva a proprio agio l’interlocutore.

Laterza era anche un raffinato ospite di scrittori e studiosi di passaggio in città (da Marcuse a Bobbio, da Eduardo alla Ginzburg, a Tondelli...), insieme alla moglie Giovanna Gennarini, erede di una nobile famiglia tarantina, che conobbe Paolo nelle aule di Giurisprudenza a Bari (lui giovane assistente di Aldo Moro).

Il 18 settembre 2001 le edizioni Laterza festeggiarono il centenario a Bari, pochi mesi dopo la morte di Vito. Venne il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che aveva raggiunto il capoluogo pugliese nel 1943 da giovane ufficiale antifascista, e Paolo Laterza ricordò che il Piccinni scelto per la celebrazione era lo stesso teatro in cui il 28 e 29 gennaio del 1944 si era svolto il primo incontro dell’Europa liberata, il congresso dei CLN aperto da un discorso di Croce.

Oggi alle 16 i funerali si terranno nella chiesa di San Sabino al quartiere Madonnella, in Via Caduti del 28 luglio 1943... Fedele al passato, con lo sguardo avanti: Paolo Laterza mancherà a Bari. E già ci manca.

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