Sabato 15 Dicembre 2018 | 03:40

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Giorgio Napolitano, il compagno gentiluomo

ROMA - Sembra che il grande cruccio della sua vita sia quello di non aver mai potuto darsi a tempo pieno al teatro, amore abbandonato dopo gli anni dell'Università. Ma quelli erano anche gli anni delle scelte e Giorgio Napolitano, iscritto alla «Federico II» nel 1942 - tempi di guerra e di fascismo - prese alla fine la strada che oggi lo ha portato ad essere eletto XI presidente della Repubblica. Con la caratteristica di essere tra tutti il primo ad annoverare, nel curriculum, l'appartenenza al Partito Comunista Italiano. Di più: l'uomo che, grazie al suo invidiabile inglese imparato quando nel Pci andava di moda il russo, si impegnò a spiegare agli americani quella unicità del comunismo italiano che, a partire da Gramsci in poi, ha intrapreso un percorso verso l'occidentalizzazione del socialismo. Napolitano e Gramsci, infatti, sono stati per anni gli unici autori della sinistra tradotti e custoditi sugli scaffali delle università d'oltreoceano, da Georgetown all'Ucla. Entrambi profondamente rispettati dal mondo accademico statunitense, con una differenza però tra l'uno e l'altro. E cioè che, se Gramsci partiva nella sua riflessione dalla «difficoltà della Rivoluzione nei paesi ad alta articolazione sociale, cioè nei punti alti del capitalismo» per fondare il Pci, con Napolitano il Partito arriva, dopo un lungo processo, proprio a toccare i punti alti del capitalismo in uno dei paesi ad alta articolazione sociale.

L'adesione alla via italiana al comunismo risale al 1945, due anni dopo la svolta di Salerno, ma già prima Napoletano aveva preso parte alle azioni della Resistenza in Campania, a fianco degli uomini che avrebbero più tardi dato vita anche al Psi, al Partito d'Azione e alla Democrazia Cristiana. Di questi ultimi ricorderà ancora sessant'anni dopo: «nonostante ci si scontrasse non si perse mai, fino a tutti gli anni '80, la traccia dell'esperienza comune dell'antifascismo e della Costituzione». Quanto all'oggi «è tutto diverso: c'è una totale incomunicabilità».
Tra i suoi maestri di politica Emilio Sereni e, soprattutto, Giorgio Amendola. Il leader dell'ala moderata del partito ne plasma non solo l'orientamento culturale, ma lo stesso stile. Vecchia scuola, quella frequentata dal nuovo presidente, il quale oggi si presenta come un gentiluomo d'altri tempi con un savoir-faire tale da farlo accostare, complice anche ad una fronte decisamente alta, a Umberto II di Savoia. Un gentiluomo di modi e carattere che ammalia con il ragionamento e che mal si trova in mezzo alla politica dell'urlo tanto in voga da qualche anno a questa parte. Che riconosce al suo mentore una preminenza persino fisica ("energia allo stato puro, si imponeva anche per la sua mole"), ma dal quale sapeva dissentire sulle questioni importanti, come sull'invasione sovietica dell'Afghanistan.

Se Amendola lo stregava, se Togliatti sapeva affascinarlo parlando di Stendhal, lo colpivano già negli anni Cinquanta le formule economiche del marxismo-leninismo ripetute come giaculatorie nelle sezioni di un Pci in cui si continuava a ignorare Keynes. Una sorta di «impotenza a riformare» (lo scrive egli stesso nella sua autobiografia, «Dal Pci al socialismo europeo», uscita da pochi mesi), un «riformismo negato» che a suo avviso rappresenta la cifra negativa della sinistra. Una sfida ad una nuova generazione di dirigenti, che iniziò a prendere in mano la guida del partito subito dopo lo shock dell'invasione della Cecoslovacchia.
L'altra grande personalità del Pci con cui Napolitano ebbe un rapporto stretto e dialettico fu Enrico Berlinguer, coetaneo al quale dovette «cedere il passo» proprio al momento di stabilire i vertici della nuova dirigenza nell'autunno del 1968. Ancora nel 1996 Napolitano scriveva del segretario: «la sua figura non può essere seriamente rievocata e apprezzata che in rapporto a quella 'lunga marcià verso il superamento delle contraddizioni di fondo tra il Pci nella sua evoluzione e il comunismo come ideologia e come sistema, alla coraggiosa e dura esperienza della solidarietà nazionale ed infine al successivo riflusso e arroccamento che peraltro non impedì al Pci di raggiungere la tappa decisiva dello 'strappò dall'Urss all'inizio degli anni Ottanta».

Un rapporto complesso, quello tra i due, che giunse alla rottura proprio sul problema dei rapporti con la socialdemocrazia europea incarnata dall'Spd e, in Italia, da quelli con un Psi divenuto fino al suo midollo partito dello sviluppo e dell'autoproclamata modernità. Uniti ai tempi dell'eurocomunismo, divisi da Bettino Craxi.
Non è un caso, del resto, che dopo la morte di Berlinguer la svolta della Bolognina veda Napolitano più che consenziente, e che l'arrivo per la prima volta degli ex comunisti nella stanza dei bottoni con il Governo Prodi lo trovi al Viminale. Nel frattempo aveva seduto per una legislatura sullo scranno più alto di Montecitorio, come Pietro Ingrao e Nile Iotti prima di lui.
Terminata l'esperienza di governo, cinque anni da europarlamentare, poi la nomina a senatore a vita che lo ha lanciato definitivamente verso il Quirinale.

Un'elezione, quella di oggi, che le sue credenziali riformiste avrebbero fatto immaginare basata su un consenso ancora più ampio. Come programma di settennato, però, forse valgono le parole di un'intervista dello scorso aprile: «Usciamo da anni di contrapposizione cieca in Parlamento, luogo istituzionale consacrato nella Costituzione come perno centrale della convivenza democratica. Non c'è stata comunicabilità tra maggioranza e opposizione, ma chiusura persino proterva della prima, nella consapevolezza della sua preponderanza numerica. Non c'è stato vero dibattito, nè ricerca di intesa con l'opposizione, di cui sono stati continuamente compressi i diritti, con il costante ricorso al voto di fiducia. D'altro canto, la minoranza s'è trovata sospinta ad atteggiamenti anche nervosi ed estremi, pur senza poter strappare risultati tangibili. Tutto ciò va rovesciato».
Nicola Graziani

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