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Virgilio, da perfezionista assoluto del verso quale era, non avrebbe voluto rendere pubblica l’Eneide se non fosse riuscito a raggiungere, appunto, la perfezione. Il poema che gli fu commissionato da Ottaviano Augusto per celebrare la grandezza dell’Impero Romano, secondo la tradizione, per volontà dello stesso autore, doveva infatti essere dato alle fiamme. Vario Rufo però, non mantenne la promessa fatta al suo amico, a Brindisi, sul letto di morte, e l’opera che Publio Virgilio Marone iniziò a scrivere nel 29 a. C., vide la luce dieci anni dopo.

A secoli di distanza, un’autrice che ha fatto della rilettura dei classici il suo punto di forza letterario, ha avuto un dubbio similare. «La verità è che questo libro non volevo scriverlo», dice Andrea Marcolongo nelle prime righe del suo nuovo libro La lezione di Enea pubblicato dagli Editori Laterza (pp. 203, euro 16). «Mi sono resa conto di aver iniziato a ragionare intorno all’Eneide prima ancora di quando ho iniziato con il greco antico – racconta Marcolongo, scrittrice e giornalista che vive a Parigi, autrice del best seller La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco, edito sempre da Laterza -. Non riuscivo però a comprendere fino in fondo l’Eneide e il suo protagonista e il perché l’ho capito solo poco tempo fa. Il problema per me non era ciò che raccontava Virgilio, ma il periodo in cui ho letto l’opera, pur riprendendola nel corso del tempo. Prima non potevo e non potevamo comprenderne il senso pieno, ora sì. Ora che il nostro mondo è sulle stesse macerie dalle quali partì Enea, e che cerchiamo in vari modi di ricostruirlo, è tutto più chiaro».

L’autrice sarà oggi a Bari, per la presentazione del suo libro insieme all’editore Alessandro Laterza e ad Antonio Stramaglia, ordinario di Letteratura Latina nell’Università di Bari (Centro Polifunzionale degli Studenti dell’Università di Bari, Sala Leogrande, 18.15). Domattina sarà a Conversano, per l’anteprima del secondo appuntamento del festival Lectorinfabula (in programma il 9 e il 10 ottobre), dove dialogherà con Massimo Gaudioso, docente del liceo scientifico cittadino (chiesa di San Giuseppe, ore 10.30).

Marcolongo, qual è la lezione di Enea?
«Le sue lezioni sono la resistenza, la ricostruzione e la speranza. Se abbiamo qualcuno a cui chiedere come uscire da un periodo di crisi, quello è sicuramente Enea».

L’Eneide quindi è una sorta di manuale della resistenza?
«Io sono convinta che la poca conoscenza che si ha del poema derivi proprio dal fatto che non si ricorre mai a storie del genere quando va tutto bene, quando non si devono affrontare grandi sfide, e allora si va in cerca delle avventure di eroi come Ulisse o Achille. L’Eneide invece è un manuale di istruzioni su come orientarsi tra un prima e un dopo, proprio come nel tempi dell’emergenza che stiamo vivendo».

Enea è l’antieroe. Oggi quindi non abbiamo bisogno di eroi?
«Abbiamo bisogno di capire cosa fare per andare avanti ed Enea ce lo dice, ce lo dimostra. Non ce lo mostra, ce lo dimostra, che è una cosa diversa. Lui ha il padre in spalla, il figlio per mano e dalle macerie di Troia che si porta appresso fonda Roma. Lui insegna che nessuno vuole essere eroe, a meno che non sia pazzo, ma che si può e si deve andare avanti anche quando tutto sembra perduto. Enea non si sottrae al dolore, lo vive, piange, ma avanza, sempre. Lui ha molto da dirci e soprattutto da chiederci».

E cosa ci chiede?
«Ci chiede di resistere al ricatto della paura. Come lui, non possiamo concederci, ad esempio, i lussi di Ulisse, che era solo, quindi poteva avventurarsi in situazioni al limite. No, noi abbiamo delle responsabilità verso gli altri, proprio come le aveva Enea».

Lei ha il grande merito di rivalutare i classici, ma quando è nata l’idea di intraprendere questo percorso?
«Sono una scrittrice e il classico è il mio mondo congeniale. Non scrivo per difendere il greco e il latino, è che proprio quello è il mio mondo».

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