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Il declino di un leader umano, troppo umano, nel nuovo film di Gianni Amelio con Piefrancesco Favino

«Hammamet»: Craxi, una cinestoria più «vera» della storia

La cittadina tunisina Hammamet serba nell’etimo arabo l’hammam, il bagno o le terme, e Hammamet di Gianni Amelio è a suo modo un lavacro di storia patria. Da ieri nelle sale, il film arriva a vent’anni dalla scomparsa del leader socialista Bettino Craxi che, condannato in via definitiva per corruzione e finanziamento illecito del Psi, negli ultimi anni si stabilisce a Hammamet e vi muore quasi sessantaseienne il 19 gennaio 2000. Craxi è stato, fra il 1983 e l’87, il primo presidente del Consiglio di sinistra della storia repubblicana, ma fu anche un paladino del «decisionismo» riformista non più in soggezione nei confronti del Pci, con lo sguardo proteso verso altri orizzonti, il socialismo mediterraneo e l’America Latina.

Tuttavia Craxi nell’immaginario collettivo resta l’emblema dell’arroganza e della rapacità castigate dalle inchieste giudiziarie su Tangentopoli. Il film ne sublima la dimensione tragica al centro di un intreccio pressoché scespiriano di potere, figli, amori, contumacia o «esilio»... Certo, nelle tumultuose stagioni di «Mani Pulite» la moralità e il moralismo, la legge e il giustizialismo, si confusero e si saldarono, mortificando la nozione stessa di Politica. Amelio scandaglia quel passaggio storico e lo fa nella chiave ricorrente nel suo cinema: il tormentato rapporto tra padri e figli (Colpire al cuore) e la condizione dell’orfano (Il ladro di bambini, Lamerica). La mancata elaborazione di un lutto - ammoniscono gli psicologi - agisce traumaticamente sul futuro. Quando oggi ci crucciamo dei populismi o dei rigurgiti fascisti, è forse alla fine della Prima Repubblica che dovremmo tornare per cercare di capire meglio.

In Hammamet il protagonista è chiamato «il Presidente», ma è Craxi sin dalle prime immagini sul palco del congresso socialista dell’89 nell’ex fabbrica Ansaldo di Milano, dominato dalla «piramide telematica» dell’architetto Filippo Panseca, che nel finale del film tornerà a mo’ di scenografia onirica. Il Craxi di Hammamet è ormai lontano da quei fasti, dal trionfo del Garofano rosso, dall’esercizio di una sicumera rispetto alla quale - nell’Ansaldo - l’aveva messo in guardia l’amico e compagno interpretato da Giuseppe Cederna. Il figlio di quest’ultimo si chiama Fausto, come il ragazzo che denunciava il padre estremista rosso in Colpire al cuore (1983), ed è un personaggio immaginario concepito da Amelio con il co-sceneggiatore Alberto Taraglio. Fausto raggiunge il leader malato nella villa tunisina, forse per vendicarsi dopo il suicidio del papà, ed estrania il racconto dal recinto del melodramma di famiglia. Il suo è un punto di vista quasi documentario, giacché con una telecamerina raccoglie le confidenze craxiane, e nel contempo destinato alla follia, proprio di chi non riesce a elaborare il dolore della perdita, appunto.

Film sul crepuscolo, sull’autunno di un patriarca, Hammamet è però solare, aereo, intenso, e tende un arco (anzi... una fionda, vedrete) tra l’infanzia e la morte con una fluidità drammaturgica di raro vigore. Orfani non sono soltanto i due figli del Presidente e in particolare Anita (il nome allude alla passione garibaldina di Craxi), amorevole fino al punto di condurre il padre dall’amante per uno struggente commiato. È il protagonista a essere orfano di una storia gloriosa che si disarticola nella colonna sonora di Nicola Piovani, in cui echeggia, dissonante e minimalista, l’Internazionale socialista e comunista ascoltata al principio del film. Ma Craxi è anche orfano del suo Paese, di Milano, dei genitori... Nell’epilogo vagamente felliniano (un po’ si aggroviglia), lo vediamo passeggiare a piedi nudi fra le guglie del Duomo ed è difficile non pensare a Moro-Herlitzka finalmente libero in Buongiorno, notte di Marco Bellocchio (2003). Il Moro che aveva detto «Non ci faremo processare nelle piazze» e che Craxi avrebbe voluto salvare trattando con le Br.

Dopo Il traditore di Bellocchio (2019), Hammamet rincuora la rinascita di un cinema civile animato dal sentimento verso la nostra storia «profonda». Entrambi i film si giovano del talento straordinario di Pierfrancesco Favino, che qui è al culmine e non solo grazie alle protesi e al trucco. Lo spettatore di una certa età ritrova Craxi «vivo» sullo schermo, sebbene nella mimesi di Favino vi sia una sottilissima «distanza» che lampeggia in un movimento appena fuori tempo o in un segnale di desiderio nell’agonia del diabetico. È una microfisica del potere e del dolore (parafrasando Foucault) che rende il Presidente umano, troppo umano.

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