Domenica 26 Giugno 2022 | 17:25

In Puglia e Basilicata

Lo studio della cgia 

Caro-prezzi, sempre più povere le famiglie pugliesi e lucane

Povertà: a Lecce aumentano disoccupati in fila a emporio solidale

Pil in discesa. Le stime: -627 euro nelle tasche delle prime, -1.043 nelle seconde

02 Giugno 2022

Marco Seclì

BARI - Un calo del Pil di 24 miliardi di euro che corrisponde a una perdita di potere d’acquisto medio per ciascuna famiglia italiana di 929 euro. In Puglia, le tasche si alleggeriranno di 627 euro. E peggio andrà in Basilicata, dove dai conti delle famiglie mancheranno ben 1.043 euro.

Sono i calcoli della Cgia di Mestre, che ha confrontato le previsioni di crescita del prodotto interno lordo del gennaio 2022, prima dell’inizio della guerra in Ucraina, con quelle realizzate ad aprile, dopo l’invasione russa del 24 febbraio.
Il calo della ricchezza prodotta in Italia, è la stima, sarà dell’1,4%. In termini assoluti il deterioramento della situazione economica generale provocherà un calo in termini reali del Pil pari a 24 miliardi di euro che, rapportati ai 25 milioni di famiglie, si traduce in una perdita di potere d’acquisto per ciascun nucleo di 929 euro. Si tratta, avverte la Cgia, di «stime, ovviamente, parziali e suscettibili di cambiamenti specie se la situazione militare subisse un’escalation». Le cause della frenata sono da ricercare nel forte rincaro delle bollette di luce e gas, nelle difficoltà del commercio internazionale, dall’impennata dell’inflazione e dalla difficoltà di reperire molte materie prime. L'inflazione 2022 è prevista attorno al 6% e, ricorda la Cgia, «è una tassa della peggiore specie che colpisce, in particolare, chi ha un reddito fisso. Secondo l’Istat, infatti, con un caro vita in crescita del 6%, questo si traduce in un incremento effettivo dell’8,3% per le famiglie più povere e del 4,9% per quelle benestanti». Ecco perché secondo la Cgia, il governo dovrebbe intervenire subito tagliando in misura importante il cuneo fiscale.

I calcoli dell’ufficio studi Cgia, sulla base di dati Prometeia e Istat, dicono che il Pil pugliese, prima dell’esplosione del conflitto al +4% tre mesi dopo è sceso a +2,3% con una perdita percentuale dell’1,7. Complessivamente vale 1.001 milioni di euro in meno, l’equivalente di 627 euro per ogni famiglia della regione. La Puglia, come ricchezza perduta, è la terzultima fra le venti regioni italiane: pagano meno solo Sardegna (-573 euro) e Sicilia (-437).
Tra i territori più penalizzati d’Italia, in una classifica che assegna il primato negativo a quelli del Nord e del Centro, spicca la Basilicata, addirittura al sesto posto dopo Tentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Lazio, Veneto e Toscana.

La crescita del Pil lucano era stimata a +3,6% prima della guerra. A fine aprile diventa del +1,4% con un calo di 2,2 punti percentuali e 245 milioni di euro in meno, -1.043 euro se spalmati sulle famiglie lucane.
La Cgia sottolinea che se Trentino e Valle d’Aosta risentiranno principalmente dell’aumento dei costi energetici, il Lazio soffrirà in particolare per «il forte calo dei consumi interni e per l’effetto dell’inflazione sui beni importati (nel biennio 2020-2021 la regione Lazio ha registrato un saldo commerciale negativo di 17 mld)». «Altrettanto critica - continua la Cgia - la situazione in Veneto (-1.065 euro), in Toscana (-1.059 euro)» e, appunto, in Basilicata. «Per le regioni del Sud - sostiene l’ufficio studi - l’impatto della crisi sarà meno violento (ad eccezione della Basilicata, ndr); con costi energetici molto più contenuti, un’economia meno aperta ai mercati internazionali e dimensionalmente più piccola in termini di Pil procapite, l’impatto negativo sarà più contenuto». Ma è una consolazione da nulla, visto che si tratta di aree dove i problemi (dalla povertà alla disoccupazione) erano già gravi.

Il pericolo segnalato dalla Cgia è «che il Paese stia scivolando lentamente verso la stagflazione col rischio, nel medio periodo, di spingere anche la nostra economia verso una crescita pari a zero, con una inflazione che si avvierebbe a sfiorare le due cifre. Uno scenario che potrebbe addirittura rendere pressoché inefficaci i 235 mld di euro di investimenti previsti nei prossimi anni dal Pnrr».

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