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Presidenziali francesi, Veneziani: «A Marine manca blocco moderato». Revelli: «Macron resta tecnocrate delle élite»

Presidenziali francesi, Veneziani: «A Marine manca blocco moderato». Revelli: «Macron resta tecnocrate delle élite»

Il filosofo e il politologo analizzano il voto in Francia e il duello tra il presidente uscente e Marine Le Pen

12 Aprile 2022

Michele De Feudis

Veneziani: «A Marine manca il blocco moderato. Vincerà il presidente uscente»

Marcello Veneziani, le presidenziali francesi saranno un remake del 2017. Il finale è già scritto?

«Alla vigilia del primo turno mi ero già azzardato a pronosticare l’impossibilità di vittoria di Marine Le Pen e a prevedere quel che si è verificato: perché il voto anti-sistema non si somma, perché la tentazione di non votare è troppo diffusa in chi protesta, perché la pressione dell’establishment e del mainstream è troppo forte».

Quale la forza di Macron nel catalizzare anche il voto dei repubblicani, che secondo gli schemi italiani andrebbero incasellati nel centrodestra?

«Macron cattura al centro ma in un centro non-politico i voti moderati di destra e di sinistra. Ma che successo è il suo se la maggioranza assoluta dei francesi vota per l’opposizione e un premier uscente come lui raccoglie poco più di un quarto dei votanti?».

Sulla Nato e sui suoi possibili nuovi allagamenti a Est il presidente uscente come si schiera?

«Macron è più prudente di Draghi e dei dem, capisce che appiattirsi sulla Nato e su Biden può essere un errore fatale, cerca di far valere, nei limiti del possibile, una certa autonomia francese».

Caso Carrère: dopo aver reso “salottabile” il fascista Limonov ai lettori progressisti con la biografia Adelphi, ora prova a dare una tinta patriottica a Macron. Con che obiettivo?

«Autori come lui, ingaggiati subito dai media per tirare la volata a Macron, hanno capito che il voto aveva una piega “patriottica” e allora lui cerca di attribuire a Macron l’etichetta di destra “inclusiva”. Operazione di lifting commerciale, direi…».

La Le Pen può intestarsi un allargamento del suo campo a Zemmour, ai cattolici di destra e ai sovranisti moderati?

«Sì, credo che quel fronte riuscirà in gran parte a intercettarlo, ma non le basterà; le manca una sponda moderata, come avrebbero potuto essere i gollisti. E la sinistra antisistema di Melenchon non la sosterrà, l’astensionismo dei più radicali ci sarà e la coalizione di tutto l’establishment, non solo francese, intorno a Macron farà il resto».

Perché i sovranisti hanno consensi effimeri nelle grandi città?

«Ormai c’è una divaricazione non solo in Francia ma in molti paesi europei tra i cittadini metropolitani tendenzialmente liberal, se non radical, e la nazione profonda, la provincia, il sud, che invece propendono per candidati conservatori, più nazionalpopolari se non populisti e sovranisti».

Se le categorie destra- sinistra sono inadeguate a comprendere la corsa per l'Eliseo, trova calzante la dicotomia globalisti contro identitari?

«Sì, la nuova dicotomia può esprimersi in quei termini, ma anche in altri: lo scontro è tra centro e periferie, insider e outsider, sistema e marginali. E sul piano geopolitico al vecchio bipolarismo est-ovest si sovrappone il bipolarismo nord-sud del pianeta; ma se ora si cementa il blocco russo-cinese, la situazione prenderà un’altra piega».

Dopo queste presidenziali la società e l’immaginario francese sarà ancora più sposato a destra, nonostante la probabile vittoria di Macron? E in questo ambito che ruolo svolgono gli intellettuali come Michel Houellebecq, Alain de Benoist, Alain Finkielkraut e Renaud Camus?

«Li ho citati di recente, insieme ad altri autori, per dimostrare che la Francia profonda e identitaria non viene solo dalle caverne di un basic istinct plebeo, ma si intreccia a una cultura, a una sensibilità letteraria e narrativa. Quel che manca alle forze politiche identitarie è la capacità di rappresentare adeguatamente quel pensiero divergente».

Tirando le somme: vincerà il globalista Macron ma la società francese sarà ancora di più spostata a destra?

«In Francia come in gran parte d’Europa lo scollamento tra il potere e il popolo è sempre più evidente; ma difficilmente si riuscirà, almeno nell’Europa occidentale e tra i grandi soci fondatori dell’Ue, a produrre una svolta e un cambiamento. Chi vice con disagio il globalismo non ha i mezzi, la forza e la coesione per sfidare in modo adeguato quel potere».

Revelli: «Macron resta un tecnocrate delle élite. La sfida è tra veloci e lenti»

Prof. Marco Revelli, le presidenziali francesi prevedono al secondo turno un bis tra Le Pen e Macron. Cinque anni dopo cosa è cambiato in Francia?

«Si è attenuata la spinta propulsiva del macronismo, nel senso che il presidente spunta il primo posto al ballottaggio ma “in retromarcia”, non in maniera clamorosa come annunciavano i sondaggi. La Le Pen non ottiene il successo che gli ultimissimi sondaggi le attribuivano, perché il suo non è un testa a testa, ma rispetto al 2017 può vantare una sorta di maggior normalità. Il terzo incomodo è Mélenchon, che ottiene un successo straordinario rispetto alle sue possibili chance della vigilia superando i numeri raccolti nel 2017: quello di cinque anni fa non era un volatile voto di protesta, ma c’era uno zoccolo duro».

Secondo lo scrittore Emmanuel Carrère, Macron è la “destra honorable”. Concorda?

«Sicuramente il profilo politico di Macron rispetto al 2017 non è più perfettamente trasversale: ora è molto più di centrodestra, che di sinistra. È il presidente dei benestanti, non certo della Francia delle classi subalterne».

Macron simile a Draghi?

«Appartengono alla stessa famiglia sociopolitica di tecnocrati d’élite».

Sulla politica internazionale e la Nato Macron si inserisce nel filone gollista?

«Ha tentato di accreditarsi un ruolo leggermente smarcato rispetto al fronte mainstream occidentale-Nato-americano, riprendendo una tradizione francese, ma molto attenuata. In realtà sta dentro quel recinto. Non è De Gaulle dell’orgogliosa autonomia legata alla grandeur».

Il fenomeno Le Pen: è ancora premiata dal consenso dei non garantiti e della Francia profonda?

«Parzialmente. Ha fatto una campagna elettorale su chi paga i prezzi più alti di questo modello socioeconomico di cui Macron è portabandiera, insieme al suo schieramento internazionale. Ha raccolto meno voti delle attese: grazie a La France insoumise non ha fatto il pieno di protesta sociale».

Le metropoli, però, respingono la proposta dei lepenisti.

«Parigi è impenetrabile al fascino del Fn e delle sue evoluzioni, perché Le Pen parla alla Francia profonda, quella della provincia, che da sempre ha espresso dalle origini la controrivoluzione e poi la conservazione. Il mondo metropolitano pulsa invece una ipermodernità frenetica».

Se le categorie-destra sinistra sono in parte inadeguate, come distinguere i rivali al ballottaggio?

«La polarizzazione è tra veloci e lenti, tra aeree sociali che tengono il ritmo della globalizzazione e quelle parti che risultano escluse e non tengono il passo della competizione internazionale. È una caratteristica che ha segnato i populismi e lesionato le forze politiche tradizionali. Dopodiché la coppia destra-sinistra resta operante, ma la sinistra ha una voce molto flebile e spesso si è uniformata alle tecnocrazie, perdendo appeal, mentre la destra è stata più abile nell’intercettare il malessere sociale».

Che hanno avuto un peso nella contesa gli intellettuali di destra, Michel Houellebecq ad Alain Finkielkraut, o gli irregolari come Renaud Camus e Michel Onfray?

«Gli intellettuali hanno un peso nella società francese maggiore che in Italia, in parte perché sono un ceto un po’ orgoglioso del proprio ruolo, meno mercuriale, nonché meno disposto a diventare intrattenitori da talk-tv».

Il ballottaggio?

«Macron ha più carte, ma non darei per acquisita la pelle dell’orso prima di averlo preso. L’opzione Le Pen non è morta del tutto: ha fatto molto per dediabolizzarsi in questi anni, smarcandosi dall’eredità del padre Jean Marie e si è costruita un profilo più presentabile. E per questo seduce un voto di destra moderata che in passato aveva votato Macron».

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