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In Puglia e Basilicata

L'INTERVISTA

«La Siberia splendente, intossicata e pro-Putin»

«La Siberia splendente, intossicata e pro-Putin»

Scivoli di ghiaccio a -30 gradi

Il professore biologo gioiese Cazzolla Gatti: «Vi racconto di un popolo ospitale, stretto tra inquinamento e propaganda»

21 Marzo 2022

Marisa Ingrosso

La Siberia «splendente e intossicata da un punto di vista ambientale e della propaganda». La grande Russia riposta che, lontana dal cosmopolitismo di Mosca, è il vero serbatoio di consenso per il presidente Vladimir Putin, è la Russia che lo scienziato gioiese Roberto Cazzolla Gatti conosce meglio. Vi ha vissuto per cinque anni, ha conosciuto la sua consorte (la genetista Alena), vi ha costruito affetti e amicizie fraterne. Tornato in Italia – oggi è professore associato dell'Università di Bologna – spiega: «Questa sensazione di contrasto, di luci e ombre potenti, è ciò che hai quando in quei luoghi vivi per davvero. Io avevo casa a Tomsk. Sono stato lì 5 anni e 5 duri inverni».
Duri per il clima?
«L’inverno inizia a ottobre e finisce non prima di marzo-aprile, con temperature che possono arrivare a -30 e con picchi a -40 a gennaio-febbraio. Per il resto del tempo le temperature stanno intorno a -10 o -15 gradi. Da pugliese, che aveva fatto i 5 anni precedenti in Africa, lo shock termico era importante, ma non l’ho sofferto perché lì l’inverno lo vivono molto, non sono come noi che ci chiudiamo in casa. Fanno scivoli di ghiaccio e feste anche a -20°C. Arrivo all'Università statale di Tomsk, da professore associato al Dipartimento di Biologia. In Siberia sono molto accoglienti, bisogna collaborare lì. Poi, col tempo, è iniziato a emergere il lato della medaglia che il turista non può vedere».
Quale?
«Accanto alla natura, la bellezza dei luoghi, l’organizzazione sorprendente, istituzioni competitive, lo stato di avanzamento della ricerca in Biologia, Fisica, Astronomia, si scoprono innanzitutto le problematiche ambientali. Quasi ogni città russa ha una centrale nucleare o una zona industriale molto impattante. Te ne accorgi. Spesso te ne accorgi perfino della neve, gli strati si stratificano come fossero rocce. Si stratificano strati neri di emissioni, di inquinamento. Poi la gestione delle scorie, spesso ci sono state perdite dalle centrali e, a volte, sono state tenute nascoste alla popolazione. La normativa ambientale, se c’è, lascia molto a desiderare, è molto flessibile e facilmente aggirabile. Non c’è la raccolta differenziata in quasi tutta la Russia. Non c’è normativa sull’amianto perché per il governo non è pericoloso e, quindi, lo usano tutti. Ho visto case bellissime in legno e fuori il vialetto di ingresso con frammenti di eternit spezzettati, talvolta a mano, per fare una “bella pavimentazione”. Quando ne parlavo coi colleghi di Tomsk mi dicevano “che ci vuoi fare?”. L’intento è di tenere la gente nell’ignoranza perché, se scoprissero come stanno le cose, la gente si ribellerebbe. Il loro livello di sviluppo nasconde, con una bella facciata, un Paese che vive nel passato. Sono bloccati nel dopoguerra».
Una forma di intossicazione culturale?
«Sì. È allo stesso livello della loro consapevolezza ambientale. La cultura russa di per sé ha un grandissimo valore ma c’è questo nazionalismo radicato, soprattutto nelle generazioni dai 40 anni in su. Vivono di ciò che gli viene detto, non mettono in discussione i media che, a parte quei due o tre che hanno chiuso in questi giorni, sono tutti governativi. La gente ci crede, a parte i giovani che, anche con Internet, hanno una visione più ampia e critica. Sono gli stessi che protestano ora nelle strade e vengono arrestati. Loro, gli ultra-40enni, sono dell’idea che, siccome le cose con Putin vanno un po’ meglio rispetto all’Urss, quando c’erano anche carestie, è meglio oggi. Purtroppo, oggi, tagliati fuori da tutto, i russi sono tornati a uno stato sovietico. Chi può parte».

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