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Trentasette anni fa il volto di Balvano, piccolo comune dell’entroterra montano lucano cambiò per sempre. Da quel giorno, tutto il mondo conobbe la storia tragica dei suoi abitanti, feriti a morte da edifici sgretolatisi sotto la violenza del sisma. Balvano, perciò, con le sue giovanissime vittime cadute nella chiesa principale, divenne un simbolo del terremoto. A distanza di trentasette anni, dopo lacrime e sofferenza, la comunità balvanese non dimentica quelle vittime, non rinnega lo strazio di quei momenti, ma sceglie coraggiosamente di andare avanti. Perché il 23 novembre non evochi solo dolore, ma anche speranza per quanti alla scossa sopravvissero e, oggi come allora, popolano il borgo lucano. Tra questi, anche tanti che all’epoca erano poco più che ragazzini e che grazie agli aiuti della provincia autonoma di Trento, poterono vivere un post-terremoto meno traumatico.

«I bambini di Balvano», potrebbero genericamente essere chiamati coloro che per un periodo di tempo si ritrovarono a vivere a Trento e dintorni, ospiti di famiglie desiderose di accogliere al loro interno piccoli traumatizzati, indigenti o semplicemente scioccati da tanto dolore. Proprio come accadde all’indomani del disastro nucleare di Chernobyl, anche per Balvano ci fu una gara di solidarietà, guidata da Gianni Kessler, presidente della Caritas trentina nel 1980, il quale toccò con mano quanto grande fosse la sciagura e per questo si adoperò per regalare un sorriso ai più piccoli. Nelle parole di Costantino Di Carlo, giovane sindaco di Balvano, si avverte ancora tutta la gratitudine per una regione che tanto fece per la comunità piegata dalla desolazione: «Il legame che unisce Balvano alla provincia autonoma di Trento – spiega - è fortissimo: quando i volontari trentini vennero in Basilicata, per loro stessa ammissione non sapevano neppure cosa fosse il Sud. Ma da allora è nato un sentimento che resiste al tempo e negli anni si rafforza. La presenza del coro degli Alpini oggi a Balvano ne è una prova.

Dal 2006 – continua il primo cittadino – celebriamo la settimana della memoria, perché la nostra cittadinanza vuole recuperare il ricordo di quanto ci è capitato, senza relegarlo al solo giorno del 23 e, soprattutto, senza che diventi un momento di piagnisteo. La memoria è e deve essere un ponte per il futuro. Per questo, quest’anno abbiamo deciso di allestire una mostra, una sorta di virtuale percorso attraverso scatti che ritraggono il paese un mese prima lo sconvolgimento del sisma e altri che immortalano il comune nei giorni seguenti la tragedia». Quaranta scatti, dunque, che guidano lo spettatore dal corso pieno di bimbi festanti alla chiesa accartocciata su se stessa. Una presa di coscienza, insomma, del fatto che nonostante tutto, la vita è sempre più forte della morte.

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