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PIERO MIOLLA

MATERA - È una storia a metà tra l’ordinaria burocrazia italica e il classico lascito, forse inaspettato, forse no, di un lontano congiunto. A. G., 57 anni, originaria di Matera ma residente a Zurigo, ha infatti scoperto di aver ereditato in qualità di unica erede universale da una pro-zia, la signora Carmela, nubile e senza figli, un deposito in conto corrente piuttosto consistente. Oltre ad una somma di quasi 3 miliardi di vecchie lire, in banconote da 500 mila lire e titoli di Stato di vario taglio ma, appunto, del vecchio conio. Cioè, in lire. A.G. ha rinvenuto le chiavi di una cassetta di sicurezza dell’Ubs di Lugano, in Svizzera, dove la zia aveva anche il deposito in conto corrente: aperta la cassetta di sicurezza a novembre, ha rinvenuto al suo interno quanto sopra scritto, con immaginabile stupore misto a felicità per il grande tesoro ricevuto.

La felicità, però, ha subito lasciato il passo ad una domanda: come fare per cambiare i quasi 3 miliardi di lire in euro? Recatasi a Roma, nella sede della Banca d’Italia, A. G. ha dovuto scoprire, suo malgrado, che il cambio in euro non era più possibile. Così, si è passati all’amarezza perché, è stato spiegato alla donna, c’era un termine decennale entro il quale effettuare il cambio delle lire, termine che scadeva nel 2012. A questo punto la signora si è chiesta: ma come facevo a cambiare entro il 2012 questo tesoro se non sapevo di esserne l’erede e, soprattutto, la zia Carmela era ancora in vita? Ecco la burocrazia che prende il sopravvento e determina un vero e proprio imbuto. A sostegno della posizione della A. G., a dire il vero, ci sarebbe la giurisprudenza, secondo la quale qualsiasi termine di prescrizione o decadenza decorre da quando il soggetto è posto in grado di far valere il proprio diritto.

Nel caso di specie da novembre. Sul tema, inoltre, va anche ricordato che vigeva il cosiddetto “decreto Monti”, il 121/11, per il quale alcuni cittadini, in casi identici, hanno sollevato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 26 che aveva sancito l’immediata decadenza del cambio della lira in euro. A seguito di questi ricorsi, la sentenza 216/15 della Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della norma in questione, riportando l’Italia sulla stessa lunghezza d’onda degli altri Paesi della Ue, dando luogo, così, ad un vero e proprio vuoto legislativo. A.G., a quel punto, ha deciso di rivolgersi all’Agitalia, associazione che si occupa del recupero di titoli bancari e postali, nonché titoli di Stato e simili mai riscossi, attraverso azioni legali stragiudiziali e giudiziali.

Messa in mora, la Banca d’Italia ha risposto che, dopo la sentenza della Corte, “sono stati avviati con il Ministero delle Finanze gli approfondimenti necessari per definire le modalità con le quali darvi esecuzione” e che le richieste di “conversione saranno esaminate non appena esauriti questi approfondimenti”. Nel contempo, A. G. ha deciso di presentare un decreto ingiuntivo dinanzi al Tribunale di Roma, per il cambio della ingente somma di denaro in lire nell’equivalente somma di denaro in euro. A conti fatti parliamo di circa un milione e mezzo di euro.

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