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In Puglia e Basilicata

la protesta

Matera, un mare di gente grida: «Salviamo la sanità»

Matera, un mare di gente grida: «Salviamo la sanità»

Stop al depotenziamento di tutti i presidi dell’Azienda sanitaria

04 Settembre 2022

Enzo Fontanarosa

MATERA - Infine, catena umana è stata. Simbolicamente si è cinto l’Ospedale Madonna delle Grazie per significare di volerlo proteggere «contro il degrado della Sanità materana», come recitava uno slogan. Lungo l’intero perimetro, i cittadini si sono tenuti per mano per dare un segnale forte soprattutto alla Regione, l’Ente cui erano rivolti in particolare gli strali.
Toni forti nelle parole e nei discorsi che si ascoltano tra la moltitudine di persone che occupa lo spazio esterno dell’ospedale. Il comune denominatore, la sfiducia e una rabbia a stento repressa toccando l’argomento della liste di attesa. Ma il tutto si è svolto tra le righe, come pure per i diversi interventi che si sono susseguiti prima del simbolico gesto che ha concluso la manifestazione organizzata dalle segreterie di Cgil, Cisl e Uil. Presenti diversi sindaci del territorio come pure rappresentanti di varie associazioni, di organizzazioni datoriali, di medici e di infermieri. Del resto, smesso ognuno i ruoli che si hanno nella quotidianità, tutti cittadini col diritto di accedere al Servizio sanitario pubblico. E così alcune centinaia ieri mattina hanno «occupato» gli spazi dell’ingresso centrale del nosocomio. Molti coloro giunti dal resto della provincia. «La questione riguarda tutto il comprensorio dell’Azienda sanitaria di Matera – ha detto Eustachio Nicoletti (Cgil) –. La situazione è un combinato tra una mancanza di programmi e progetti della politica regionale, che è un governo autoreferenziale. Serve che qualcuno venga qua non a fare passeggiate ma per risolvere i problemi. Qui c’è una precarietà con depotenziamento e smobilitazione di tutti i presidi dell’Asm. Alla Regione decidono senza confronto con nessuno. E poi c’è anche il volnus della governance dell’Asm che va risolto».

Giuseppe Bollettino (Cisl), dopo aver tracciato la storia della sanità pubblica in città, ha evidenziato come «non si può più assistere inermi allo sfascio della sanità locale. Come parti sociali vogliamo subito un segnale serio di cambiamento, sostanziale e tangibile. Quello di oggi è solo un primo passo». Bruno Di Cuia (Uil) chiede «che giungano risposte al territorio, perché gli venga ridato un presidio sanitario indispensabile. L’Asm non ha ancora approvato il suo bilancio 2021, quindi non può fare neppure delle proposte programmatiche per il futuro. Vogliamo capire in quanto tempo le liste di attesa verranno abbattute e come si interverrà. La politica dia un indirizzo a coloro che poi devono applicare le decisioni. Non può essere avvenuto solo negli ultimi due anni lo sfascio che stiamo vivendo. Viene da lontano. Perché sia successo non lo abbiamo ancora capito. La politica si confronti ora con gli elettori». Altri interventi sono seguiti per rimarcare l’esasperazione di una intera provincia rispetto a un sistema sanitario allo sbando.

Abbiamo ascoltato, poi, il parere di alcuni cittadini intervenuti alla manifestazione. Come Vincenzo Genovese, responsabile del Tribunale diritti del malato di Policoro: «Non possiamo giustificare ancora dopo due anni il covid e dover andare fuori regione a curarsi. Io personalmente sono dovuto andare a operarmi in Emilia Romagna». Aggiunge Filomena Tarsia, sempre del Tribunale del Malato: «Su esami fondamentali come quelli sulla polisonnografia, con le liste di attesa non si possono fare prima di marzo 2024. Per non dire dei presidi: ci sono tracheotomizzati, ai quali non vengono fornite cannule, collarini, placche metalliche, che non si trovano nelle normali farmacie».

Palma Castano ha partecipato all’iniziativa perché «reclamiamo il nostro diritto alla Sanità, è un peccato perdere tutto ciò che è stato costruito in anni e non è giusto rivolgersi ai privati o in altre regioni. Mi spiace solo che a fronte di tante lamentazioni vedo che il coraggio di farsi avanti manchi ancora a molti. Mi aspettavo ancora più gente. Oggi, ad esempio, potevano pure fare una serrata per qualche ora le attività commerciali e venire a manifestare qui. Non capisco perché queste cose non si ritengano importanti. Non sono gli altri che devo combattere per noi, ma dobbiamo unirci e farlo insieme». Conclude Maria Di Pede che «questo ospedale non può chiudere: non sapremmo dove andare. Siamo ammalati noi stessi e abbiamo genitori anziani. Per cui dove andiamo in giro? Visite necessarie che dovevano essere annuali le dobbiamo fare, se va bene, ogni due. Tutto slitta e non possiamo più risolvere i nostri problemi».

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