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In Puglia e Basilicata

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lessico meridionale

Il «Muscari comosu» ovvero il lampascione

Michele Mirabella

Michele Mirabella

Il bulbo di tale pianta, ricco di sali minerali e che cresce a 12-20 cm nel sottosuolo, è simile a una piccola cipolla

21 Agosto 2022

Michele Mirabella

«Il Muscari comosu è una pianta erbacea della famiglia delle Liliaceae (o Hyacinthaceae, secondo la classificazione), diffusa nelle regioni mediterranee. I fiori della sua pianta sbocciano in primavera e sono persistenti fino all’estate. Il bulbo globuloso di tale pianta, ricco di sali minerali e che cresce a 12-20 cm circa nel sottosuolo, è simile a una piccola cipolla di sapore amarognolo ed è consumato specialmente nell’Italia meridionale; particolarmente in Basilicata e Puglia». Così recita la divulgazione destinata ai forestieri. Il suo nome popolare, appunto in Puglia e Basilicata è «Il lampascione o lampagione».
Non mi riesce di ricordare l’etimologia del nome dialettale o italiano, vai a capire. Tant’è che non conosciamo altra designazione per questo burbero frutto della terra nostra. Il sistema di scrittura del mio computer, infatti, sottolinea la parola col rosso che designa i nomi sconosciuti o gli errori. Aggiungo che trovo che i fiori siano bellissimi nella loro selvaggia sobrietà. Come coniugare questi delicati petali con l’indole, diciamo così, bellicosa del lampascione, in fase di digestione, resta un problema. Perché questa indole causa un fenomeno caratteristico al fisico che è ben noto ai duri di intestino che i duri di cuore usano con rude cinismo per beffarde allusioni conviviali. L’efficacia lassativa pare documentata da una vasta e sciolta aneddotica di cui si pascono i commensali per l’apologia della liliacea nostrana quando tentano di convincere i forestieri a provare l’amarognolo ineffabile di quella che, ai più, sembra una comune cipolla. Nelle allocuzioni apologetiche capita di sentire spesso l’allusione a stuzzicanti malizie del talamo. La parola liberazione riguarda però più corrive funzioni corporee.

Varie sono, comunque, le virtù nutritive del nostro e, da ultimo, non sono mancate loro autenticazioni altolocate e di tutto rispetto. La gastronomia pugliese si illustra, del resto, per scrollarsi di dosso i luoghi comuni sulla rude sobrietà delle scelte e propone, oggi il lampascione in varianti culinarie interessanti. Ma ciò detto, quello che mi interessa è il nome, la parola. Il lubrico suono del termine di cui, ripeto, ignoro l’etimologia mi affascina. Il nesso “sc“, fu prediletto da Totò che, memorabilmente, domandava, in un surreale teatrino dell’assurdo «E se io le dico poscia, lei che mi dice? La cosa mi scompiscia, poscia». E a nessuno sfugge il ricordo di quel «A prescindere» che fu intercalare giocoso di tante gags.
Lampascione attiene alla nomenclatura buffa in sé e per sé e non chiedetemene la ragione. Dunque, è una di quelle parole che, per il suono, diventa maschera, rafforza il lazzo, aumenta lo sberleffo. È la delizia e la forza del comico ruspante, ma, anche giaculatoria colloquiale utilissima a deridere, sfottere, mortificare l’arroganza, delimitare la spocchia. Dare ad uno del lampascione resta, comunque, bonaria raccomandazione a più misurate astuzie, comportamenti corretti, prudenza mentale. Benché altre contumelie con variabili di sbracamenti linguistici sembrano aver preso il sopravvento con corredo turpe di anglicismi, neologismi, barbarismi di vario conio nella nostra parlata e ben lo sappiamo qui da noi, in Puglia, un certo lessico può essere recuperato e riproposto a maggior gloria della tradizione, oltre che della efficacia narrativa. Propongo un primo esempio per cominciare a compilare un manuale per l’uso.

Lo prelevo dall’agenda dei miei ricordi istruttivi di qualche anno fa: un cittadino dette del «lampascione» al dignitario della politica che aveva abbandonato il macchinone in plateale divieto di sosta e lo dette con convinzione dopo aver registrato la scusante: «L’autista incaricato di cercare un parcheggio, forse, per non inquinare girellando tra gli isolati, ha messo la macchina dove è capitato, pur restando in prossimità della stessa». Come? Ti preoccupi di non inquinare e ti compri il suv per girare per Bari. Andiamo! Doppio lampascione. Triplo lampascione, visto che il padrone del suv era un dignitario della politica, in grado di poter assicurare che sarebbe stato l’autista a pagare la multa. Non se la prenda se cito solo il suo caso, peraltro, oggi, attualissimo: coloro che mirano a farsi eleggere rappresentanti del popolo, hanno, comunque, il problema del parcheggio allargato a tutta la sfera esistenziale, visto che non trovano facilmente pace e cercano spazio per parcheggiare sé stessi, transumando da una fazione all’altra, da una corrente di partito ad una fazione limitrofa: «Quadruplo lampascione». Ma nelle nostre città dove il traffico follemente indisciplinato è una piaga vergognosa complicata dai monopattini, un dignitario candidato politico può dare l’esempio, in cambio, se non del voto, di un buon lampascione. Suggerisco la ricetta del croccante bulbo fritto nell’olio, il nostro, naturalmente.

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