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Lessico Meridionale

Addio «sopratavola». Colpa di crisi e clima

Esposto del Codacons«Speculazioni sui prezzi» La Finanza nei market

Nella bella Puglia verde, gli ortaggi e le verdure stanno diminuendo o arrivano a costare un patrimonio

07 Agosto 2022

Michele Mirabella

Il «sopratavola» in dialetto barese e anche nel pur modernizzato «giargianese» d’uso spicciolo e comico, denomina quella ricchezza, quasi tutta vegetale che ornava e arricchiva il desco: sedani, finocchi, pomodori, foglie sparse e lattughe turgide, carciofi, fave fresche, ravanelli, zucchine, ma, anche, frutta secca e altro che la fantasia dell’ospite poteva proporre. Oggi il sopratavola vive un periodo di rischio sia come concetto che come nome.

Nel decadere impietoso dei dialetti, anche il nostro, il Barese schietto e ruvido, subisce demolizioni epocali che neanche l’ostinazione delle vestali più appassionate può impedire. Locuzioni e parole spariscono, sostituite da lemmi «italianesi», cioè italiani colorati di barese. È un fenomeno generale nella penisola generato dalla cultura di massa, dal diffondersi di una lingua omologata dai media condivisa da un villaggio in grado di ridelimitare la propria indole linguistica ai confini dell’area nazionale.
Ma i costumi linguistici e le parole sono cedui anche per sparizione dei concetti di riferimento, degli oggetti, cioè che denominano. Nomina suntconsequentia rerum dicevano i Latini: le parole sono conseguenza delle cose. Adamo battezza nel libro della «Genesi», imitando la creazione nell’attribuire nomi alle cose create da Dio. Ma le cose ci sono, esistono intorno a lui nella solitudine edenica che padroneggia: mai si sognerebbe Adamo di inventare parole per cose inesistenti, astratte sì, inesistenti no.

Nessuno più pronuncia, dico per fare un esempio, la parola lucignolo o chiavarda, stante la sparizione di simili oggetti dall’uso comune e nessuno dirà mai che la porta cigola sui suoi gangheri, riservando questa parola alla locuzione, peraltro antiquata, di «uscire dai gangheri» per dire andare sulle furie, su tutte le furie.

Una pietosa crocetta nera sul buon vocabolario, segnala le parole defunte o in agonia avanzata. Dovremo presto rassegnarci a contemplare la sparizione dal lessico dialettale di parole a cui eravamo affezionati.

Ma torniamo alla produzione vegetale della nostra terra e di tutto il meridione che, leggo sta scemando vistosamente per ragioni legate ai problemi dell’economia locale, ma, soprattutto aggravati dal fosco orizzonte nazionale ed internazionale. Problemi complessi che, pur sfuggendo ai più, ai non esperti nelle loro cause e concause, pure, nei loro effetti, invadono la vita quotidiana di tutti. Di tutti coloro che sono tenuti a far di conto tutti i giorni col bilancino della spesa.

Leggo che in Puglia, la bella Puglia verde, proprio gli ortaggi e le verdure stanno diminuendo o arrivano a costare un patrimonio per via di quelle complicatissime leggi di mercato che svuotano i mercati rionali. È indubbio che queste avarie si coniugano drammaticamente con la planetaria crisi climatica e l’epocale tragedia bellica.

Ci sostiene l’immagine che, neanche tanti anni or sono, offrivano olezzanti pile di sedani e finocchi che giganteggiavano nei mercati. E ricordo la caccia al verme del formaggio «punto» praticata col moncone di «accio» giallo-verde tenerissimo, praticata sui tavolacci delle sagre di paese. Cibo povero e sano per gente solo povera che, per esser sana, si affidava ai Santi Medici o ai medici santi. Ma anche per gente ricca e golosa che il cibo rustico non se lo faceva mancare.

Ci avvertono che queste verdure, anche in Puglia, mancano o, se non mancano, diventano rare e preziose. E le parole? Addio «accio» e addio «cime di cola». Il vocabolario popolare si impoverirà ancora, ma, anche l’economia nostra dimagrirà. Il mercato ha le sue regole, si sa: se non rende un prodotto perché troppo abbondante e non remunerativo, il mercato impone di renderlo difficile e raro. Si arricchisce il mercato, si danna il consumatore nel mercatino, stravincerà il supermercato col succo di sedano o la rapa liofilizzata made in Cina e il vocabolario vernacolare aggiungerà una nuova crocetta davanti ad una parola. Addio «accio»? No!

Prepariamoci, quindi, non solo a non sguarnire di «sopratavola» le nostre mense, ma, anche a non dimenticare le parole e i nomi che indicavano le preziose anticaglie delle verduriere. Faremo la pace tra di noi e anche col madre natura. Torneremo a pronunciare la parola «accio», in dialetto indicante il sedano profumato o il termine «cima di cola» ben noto alla gastronomia barese. E il basilico italiano ribattezzato «vasinicola»? Anche la parola profuma. Come il vino di Puglia. Anche da noi si vendemmia prima del solito? Per evitarlo impegniamoci a salvare l’acqua. «Umile, pretiosa e casta» come pregava San Francesco. Soprattutto preziosa.

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