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LECCE - Tredici ore di arringa difensiva dell’avvocato Domenico Mariani. E 105 «falsità» contenute nelle accuse di Flavio D’Introno, quelle che Michele Nardi ha rilevato prendendo la parola per l’ultima volta davanti al Tribunale di Lecce. È slittata a domani la camera di consiglio che deciderà la sorte dell’ex gip, arrestato a gennaio 2019, per il quale la Procura di Lecce ha chiesto una condanna a 19 anni e 10 mesi insieme alle persone con cui, per anni, avrebbe manomesso le indagini di Trani in cambio di soldi, regali e favori.

«Io sono innocente - ha protestato Nardi - se fossi stato colpevole avrei confessato così da poter beneficiare dei domiciliari. Invece mi sono fatto 18 mesi di carcere senza parlare». Nardi - lo ha raccontato lui in una lettera - venne arrestato il 13 gennaio 2019 mentre si trovava in autostrada dai carabinieri con i mitra spianati e portato nel carcere di Taranto: per l’accusa è il promotore e l’organizzatore dell’associazione per delinquere responsabile di avere truccato processi e inventato false accuse per assecondare le richieste di D’Introno, l’imprenditore di Corato oggi in carcere per scontare proprio la condanna che avrebbe voluto evitare. Gli altri due magistrati coinvolti, gli ex pm Antonio Savasta e Luigi Scimè, hanno scelto il rito abbreviato e sono stati condannati rispettivamente a 10 e 4 anni, oltre che alla radiazione dalla magistratura. Nardi ha invece scelto di farsi processare, proprio sulla base delle accuse di D’Introno ma anche di quelle dell’imprenditore Paolo Tarantini (avvocati Beppe Modesti e Andrea Moreno): la «stangata» di 300mila euro a Tarantini, per cancellare una (falsa) indagine per reati fiscali, è la singola accusa più grave (concussione) che la Procura di Lecce contesta sia a Nardi che a Savasta.

Tra le 105 falsità di D’Introno («Una ripetuta 21 volte»), Nardi ha citato ad esempio i lavori nella sua villa di Trani ma anche la storia del Rolex da 13mila euro che l’imprenditore coratino ha detto di aver regalato all’ex gip per il suo compleanno, circostanza smentita dalla ritrattazione in aula di una testimone (Rosa Grande) su cui il pm Roberta Licci ha espresso dubbi: per l’accusa, infatti, esisterebbero due Rolex e la donna sarebbe stata indotta a cambiare versione. «Savasta e D’Introno sono il gatto e la volpe - ha aggiunto l’avvocato Mariani -. D’Introno è il pifferaio magico, al suo comando tutti mentono per incastrare Nardi».

Sabato, nel giorno in cui è cominciata l’arringa dell’avvocato di Nardi, ha nuovamente preso la parola anche la difesa dell’ex poliziotto Vincenzo Di Chiaro, accusato di essere il braccio operativo della «banda»: per lui la Procura ha chiesto 10 annie 8 mesi. L’avvocato Tiziana Tandoi ha protestato per «gli attacchi personali» che le sarebbero stati mossi dalla Procura di Lecce (il compagno dell’avvocato, come Di Chiaro, è un poliziotto del commissariato di Corato).
Anche gli avvocati Francesco Paolo Sisto e Andrea Sambati hanno sostenuto l’estraneità dell’avvocato Simona Cuomo (per lei la Procura ha chiesto 6 anni e 4 mesi) dall’accusa di aver collaborato alle attività criminose di D’Introno e di Nardi. I difensori hanno escluso ogni commistione illecita con i coindagati, spiegando che la Cuomo avrebbe solo svolto la sua professione: «Il mondo dei processi - hano detto - era molto diverso da ciò che avveniva in un eventuale backstage, di cui l’avvocato Cuomo era assolutamente inconsapevole». Sisto è stato molto critico nei confronti di D’Introno: «È una specie di Houdini rimasto imprigionato nelle sue catene».

La sentenza, dunque, slitta a domani. Il processo è stato comunque portato a termine a tempo di record dal collegio presieduto dal dottor Pietro Baffa. Se dovesse essere condannato, Nardi (che ora è ai domiciliari) non potrà tornare in libertà perché i termini di custodia cautelare si azzereranno in attesa del prevedibile processo di appello.

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