Martedì 28 Giugno 2022 | 11:11

In Puglia e Basilicata

30 anni dalla strage di Capaci

«Non posso perdonare senza sapere la verità», parla Matilde Montinaro, sorella del caposcorta di Falcone

«Non posso perdonare senza sapere la verità», parla Matilde Montinaro, sorella del caposcorta di Falcone

«Ero a San Foca a prendere un caffè con amici, avevo 26 anni. Al Tg dettero la notizia e mi crollò il mondo addosso. Don Luigi Ciotti mi ha preso per mano e mi ha fatto tramutare il dolore in impegno»

22 Maggio 2022

Fabiana Pacella

Un trattino infinitamente piccolo tra due date, quella della nascita e quella della morte di una persona.

In quella linea minuscola c’è tutto. C’è la vita. Inizia così, col soliloquio della coscienza, l’incontro a cuore nudo con Matilde Montinaro, sorella di Antonio, per la memoria collettiva «caposcorta di Falcone». Alla vigilia dei 30 anni da quella mezza tonnellata di tritolo che da Capaci ha cambiato il corso della storia di questo Paese, non serve citare date, targhe, frangenti di quel giorno. Perchè tanto, troppo è stato detto e stucca sull’animo.

Quel tritolo fu l’amaro senza fine di un caffè che sorseggiavi felice, Matilde.

«Ho conosciuto la violenza della mafia attraverso centinaia di chili di tritolo entrati in casa nostra, che ci hanno costretto a fare i conti col dolore. Il 23 maggio del ‘92 era sabato, nella nostra terra fine maggio significa salutare la primavera e accogliere l’estate. Ero a San Foca a prendere un caffè con amici, avevo 26 anni, entrò in stanza la moglie di un amico che aveva visto l’edizione speciale del tg: "Strage, il dottor Falcone era stato ucciso con la sua scorta". Non sapevamo nulla di Antonio, cosa facesse di preciso, si era arruolato negli anni del terrorismo, del rapimento Moro, dei poliziotti morti ammazzati e lui parlava poco per fare stare serena la mamma. Eppure ebbi un’intuizione, ebbi paura che fosse accaduto qualcosa a lui. Mamma aveva subito un intervento al cuore delicatissimo ed ebbi paura. Presi l’auto e correndo andai a casa da lei. Arrivata lì vidi che era tutto sereno. Accompagnai mia sorella a casa. Arrivate da lei mi raggiunse mio cognato…avevano appena saputo che Antonio era morto. Fu disperazione, mi trovai catapultata in una realtà mai appartenuta, letta sui giornali. Solo dopo sarebbe arrivata la consapevolezza, il tempo ti aiuta a metabolizzare un dolore che diventa compagno di vita».

Ma che non è mai diventato sete di vendetta. E neanche perdono, o sbaglio?

«Abbiamo provato a non trasformare il dolore in vendetta. Ho avuto la fortuna, molti anni dopo la morte di mio fratello, di incontrare ragazzi, parlare di lui, raccontare la nostra terra in quegli anni per riconoscere che anche qui c’erano stati morti di mafia. Sulla mia strada ho incontrato don Luigi Ciotti che mi ha preso per mano e mi ha fatto tramutare il dolore in impegno. Parlare di quei fatti significa mettere le mani nel dolore, in un pezzo di noi. Ma noi a differenza di loro, della mafia, siamo ancora capaci di amare. Mi chiedono se ho mai perdonato, è una domanda difficile. È quasi un’offesa perché è difficile rispondere, probabilmente no e non ci riuscirò mai perché il perdono è un percorso e prima del perdono deve arrivare la verità. Sono riuscita a fare una cosa in questi anni, ho cercato di placare la rabbia perché non si trasformasse in vendetta. La pena di morte per chi ha pigiato il telecomando a che sarebbe servita? Questa gente avrebbe dovuto avere un ravvedimento e aiutarci ad avere verità, mi sarebbe piaciuto che Riina prima della sua morte avesse raccontato un pezzo di verità per aggiungerla al mosaico di una storia non chiusa. In via Capaci, come in via D’Amelio c’è stata la guerra, le immagini dell’Ucraina oggi mi riportano al cratere di Capaci, la guerra…capisci?».

Solo la verità può placare un animo ostaggio del dolore?

«Facciamo i conti con la non verità che a distanza 30 anni pesa sul nostro Paese. Nonostante tre processi, Capaci, Capaci bis e Capaci ter, che ha da poco condannato Matteo Messina Denaro all’ergastolo, continuiamo a rincorrere una verità non vera e una giustizia non giusta».

Cosa pensi dell’espressione «i ragazzi della scorta» associata a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo?

«La scorta è un nome collettivo, sbrigativo. E invece, Rocco Dicillo aveva una fidanzata a Palermo, un matrimonio vicino e la famiglia a Triggiano, Vito Schifani era sposato e aveva un figlio piccolo e Antonio Montinaro aveva moglie e due figli, Gaetano (come mio padre) e Giovanni (come Falcone) di 4 anni e 21 mesi. C’erano loro su quell’auto scaraventata in un giardino, il più grande aveva trent’anni, avevano paura e la affrontavano. I ragazzi della Quarto Savona Quindici erano storie, vite. Mia madre Carmela fu lungimirante col suo grido di dolore nel voler sentire il nome di suo figlio, perché tutti i nomi delle vittime di mafia devono essere pronunciati, ci deve essere il tempo per nominarli, questa gente deve avere identità e dignità. Un grande inconsapevole gesto spinto dal dolore di una mamma, la mia, ha portato alla giornata del 21 marzo in cui si pronunciano i nomi di tutte le vittime della mafia. Quei nomi vanno pronunziati perché si immaginino i loro volti e se ne cerchino le storie. Il grazie a mia madre per questa rivoluzione impastata di disperazione e impegno sociale è infinito».

E allora, non chiamiamoli eroi, vero?

«Eroe è un appellativo bruttissimo che a lui stesso non sarebbe piaciuto. Le vittime della Strage di Capaci e tante vittime come loro, sono in un’urna sacrale, tirate fuori per le commemorazioni, piante e riposte lì ancora una volta. No. Non si sto! Antonio è stato un bambino, un’adolescente con i suoi turbamenti, le sue scelte, un uomo normale. Così lo ricordo, così lo racconto, e allora che lui scende da quel piedistallo costruito dagli alibi di chi resta».

Sei andata a trovare tuo fratello in questi giorni, a Palermo, salendo fin lì dove c’è la sua tomba. Cosa vorresti dirgli oggi?

«Avevo difficoltà a salire tanto che mia figlia mi ha fatto notare che somiglio sempre di più a mia madre. Che strani scherzi fanno il tempo e il destino…Ho avuto la fortuna di prendere la faccia migliore del dolore, quella che umanizza, gettandomi alle spalle l’altra, che rende cupi. Ho tre anni in meno di Antonio, mi nostri acciacchi. Forse dalle sue parole avrei conosciuto la sua vita di poliziotto che poi diventava figlio, fratello, marito, padre, persona normale. Non voleva fare il lavoro pesante di papà a 16 anni, stare nella pescheria di famiglia, un ambiente che tu conosci bene essendo cresciuta come noi proprio in una pescheria. Chissà anche il nostro incontro non è casuale, sarà un dono di Antonio…Quant’era orgoglioso mio fratello, proprio come papà. Gente abituata a farsi da sé sudando, senza mai chiedere scorciatoie».

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