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In Puglia e Basilicata

Guerra

«La pace prima delle armi nella terra dei bimbi feriti»

«La pace prima delle armi nella terra dei bimbi feriti»

Il manager lucano Angelo Chiorazzo racconta il viaggio solidale tra Leopoli e Kiev

11 Maggio 2022

Michele De Feudis

Ognuno nel suo piccolo deve fare qualcosa di concreto per ridurre la distanza dall’altro e aiutare chi soffre»: Angelo Chiorazzo, classe 1973 di Senise, manager della cooperativa sociale Auxilium, è da pochi giorni rientrato in Italia dopo un viaggio umanitario in Ucraina. Prima di iniziare il suo racconto si ferma commosso: «Ho ancora negli occhi immagini di dolore e strazio che non dimenticherà mai. Soprattutto non riesco a rimuovere le sofferenze dei bambini sotto le bombe».

«La nostra missione è nata come una idea di impegno diretto, dopo la mobilitazione a fine febbraio per inviare a Kiev medicine, derrate alimentari, vestiti e coperte - spiega alla Gazzetta -. Anche i lavoratori della Auxilium hanno partecipato con una raccolta fondi: tutte le risorse sono state inviate attraverso la comunità di Sant’Egidio che ha presidi a Leopoli e nella capitale». Poi una sensazione di incompiutezza ha spinto al passo successivo: «Abbiamo deciso di andare direttamente lì: era doveroso esserci. In questi giorni si parla solo di armi, mentre è giusto che l’opinione pubblica si impegni per la solidarietà e la pace. Bisogna parlare di pace e farlo con gesti concreti». Si ferma. «Dire la parola “pace” di fronte ai luoghi feriti dalla guerra ha un alto impatto e un’altra forza».

Dopo il viaggio dall’Italia alla Polonia, la prima tappa è stata a Leopoli: «Mi ha colpito la coda di venti chilometri: migliaia di auto di cittadini che rientravano in patria, mentre in pochi andavano sulla rotta opposta verso il confine. Siamo arrivati la sera tardi». Qui un segno tangibile del contesto: «Abbiamo sentito la sirena che annunciava missili e bombe. Ero con il padre francescano Enzo Fortunato, Pina Picerno, vicepresidente del parlamento europeo e le giornaliste Lucia Annunziata e Simona Sala. Era la prima volta che sentivamo quell’allarme, un suono che nella mia vita avevo ascoltato solo nei film. I missili alla fine non sono arrivati e abbiamo proseguito per Kiev, ma la presidente del parlamento Ue Roberta Metzola ci aveva avvisato che avremmo vissuto giorni difficili». Il popolo ucraino? «Mi ha stupito per l’unità. Dalla signora anziana in una chiesa ortodossa, alle ragazzine nelle strade alla gente nei bar: tutti esprimono determinazione nel sostenere chi combatte per la terra e la nazione. Gli ucraini vogliono stare in Europa e non vogliono tornare indietro. Non si può piegare con le armi e la violenza il patriottismo».

«Il paesaggio? Distruzione. Kiev - descrive ancora Angelo Chiorazzo, che ha avuto fin da ragazzo la bussola spirituale nella testimonianza di fede incarnata da Don Luigi Giussani - non è stata colpita nel centro, mentre alle porte della capitale non c’era un palazzo con i vetri intatti, tanti plessi bombardati o con segni di proiettili. Mancano benzina e diesel. È tutto razionato, e ai distributori ci sono lunghe file, vissute dagli ucraini con compostezza». La capitale? «È deserta e bellissima. Sul muro della recinzione della chiesa ortodossa di San Michele, unita da un viale con quella cattolica di Santa Sofia, ci sono le foto dei militari morti in battaglia dal 2014. Sono immagini di ragazzi che straziano. Si tratta di una guerra che dura da otto anni nel silenzio generale». Oltre alla devastazione nelle strade, Chiorazzo ha visto i volti dei cristiani che affollano le chiese: «Abbiamo trovato tanta gente in preghiera, la fede è una forma di antidoto rispetto alla paura. Certo, c’è un problema politico tra cattolici e ortodossi, e tra ortodossi ucraini e quelli russi. Chissà quanto ci vorrà per rimarginare questa frattura». La memoria va a un incontro emotivamente forte: «Il nunzio cattolico a Kiev, monsignor Visvaldas Kulbokas, quando ci ha incontrato, piangeva descrivendo quello che ha visto a Bucha e nei villaggi. Si è commosso parlando delle bibbie bruciate vicino ai giochi dei bambini». Ogni incontro istituzionale è stato caratterizzato da due doni: «Una copia dell’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco e un ramoscello dell’ulivo piantato ad Assisti nel 1986 da Giovanni Paolo II. Riscoprire la fratellanza, in Ucraina come in Siria, Afghanistan o Iraq, è una esigenza irrinunciabile». Un aneddoto personale: «Mi è tornato in mente l’insegnamento di Giulio Andreotti che parlava a noi ragazzi del conflitto tra Palestina e Israele: «Non è tempo di equidistanza - diceva - ma di equivicinanza». E questo sentimento ci deve guidare verso gli ucraini, ma anche verso i russi, che pagano le conseguenze delle scelte dei potenti. I poveri, infine, sono quelli che pagano di più i costi delle guerre». L’ultimo pensiero di Chiorazzo: «Non riesco a dimenticare la violenza contro gli innocenti. Non esistono guerre che non colpiscano anche i civili e gli indifesi. Tornerò in Ucraina. Abbiamo tutti la sensazione che questa vicenda bellica sarà ancora lunga».

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