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LA MOBILITAZIONE

Negazionismo ed esagerazionismo: «È guerra alla libertà d’informazione»

Negazionismo ed esagerazionismo: «È guerra alla libertà d’informazione»

Riccardo Noury di Amnesty International

Noury (Amnesty): «Diritti violati tanto nel contesto bellico che in quello interno russo»

10 Maggio 2022

Gianluigi De Vito

La paura della repressione del dissenso che in Russia uccide è più forte che mai. E il discorso di Putin, nel giorno della vittoria sui nazisti, non arretra di un millimetro l’impegno per una strategia della conoscenza di quel che accade ogni giorno all’ombra del Cremlino. Nella settimana dedicata alla libertà di stampa, Amnesty Italia ha promosso una campagna di sensibilizzazione per non spegnere i riflettori sui manifestanti e attivisti, russi, «ai quali a partire dal 24 febbraio scorso è stato negato il diritto a manifestare pacificamente e/o ad esprimere dissenso». «Almeno 15.413 i manifestanti pacifici arrestati. Solo il 6 marzo, circa 5.000 persone sono state arrestate in 69 città russe e il 13 marzo oltre 900 persone sono state arrestate in 39 città», denuncia Amnesty Italia, citando l’ong OVD-Info. Richiamando la stessa fonte, emergono altri dati: 113 i bambini portati in carcere per aver preso parte a manifestazioni in strada. Il 6 marzo a Arkhangelsk una donna e il suo bambino che trasportavano palloncini gialli e blu, i colori della bandiera dell’Ucraina, sono finiti in manette assieme a un gruppo di anziani presenti a una protesta pacifica. La mobilitazione non si esaurisce alle piazze, il fronte d’impegno continua sulla rete con la raccolta firme di un appello diffuso in rete (https://www.amnesty.it/appelli/stop-alla-repressione-del-dissenso-in-russia).

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, marca il punto: «Il tema di quella petizione è di garantire che chi esprime dissenso in Russia, possa farlo nel suo Paese. Per chi osa mettersi contro la guerra persino mostrando un cartello bianco con su scritto nulla, rischia di cadere nelle maglie di questa legislazione di guerra che vuole mettere il bavaglio a chiunque la pensi in maniera diversa rispetto alle autorità di Mosca».

Riccardo Noury, verità-menzogna-propaganda in guerra è un tema infinito. Domanda retorica, serve far breccia sullo stallo dell’Occidente nell’infowar globale?
«Beh, sì. Se noi ci riusciamo anziché avere in continuazione voci della propaganda russa nello spazio informativo italiano, contribuiamo a ristabilire un principio di fondo e cioè che c’è una questione grave di diritti violati nel contesto bellico ma anche nel contesto interno russo. Quello che abbiamo posto giorni fa insieme alla Federazione nazionale della stampa è che ogni volta che una televisione italiana invita un giornalista russo o sedicente tale, ricordi sempre cosa sia il giornalismo indipendente, a partire da Anna Politkovskaja fino a Dmitrij Muratov, il direttore di Novaya Gazeta, Nobel per la pace 2021, costretto a chiudere la sua Novaya Gazeta qualche settimana fa».
Non c’è solo il declino della stampa libera nella Russia di Putin, piuttosto anche una identificazione fra stampa libera e patriottismo, tipica della comunicazione strategica dell’Ucraina di Zelensky. O no?
«Sì, questo è vero. In una guerra ci sono due fazioni, due narrazioni opposte e due propagande. Gli spazi per un’informazione indipendente anche in Ucraina si stanno assottigliando perché la stampa tende ad essere megafono della trattativa di un Paese che è aggredito. In questo modo si rischia di contrapporre al negazionismo russo l’esagerazionismo ucraino. Per questo ogni volta che i mezzi d’informazione da Kiev lanciano notizie sui crimini di guerra non possiamo sempre prendere per buono tutto quello che arriva dalle fonti ucraine. Fare ricerca sui diritti umani è una cosa diversa».
Può essere più esplicito?
«Se in Europa c’è una narrazione pro Ucraina e se questa si basa unicamente o su fonti militari o su fonti di intelligence o su fonti ucraine, senza fare una verifica, il rischio è che si prenda per buono tutto quello che arriva da lì. Bisognerebbe fare più attenzione, abbiamo tanti bravi inviati che stanno sul terreno. Forse ascoltare di più i resoconti che arrivano dal posto, ascoltare di più le ricerche delle organizzazioni per i diritti umani, degli organismi indipendenti come l’Osce, potrebbe essere utile per prendere decisioni sapendo che sono prese sulla base di informazioni realistiche».
Rimane il problema. «Carta bianca» filo pacifista sta diventando un caso al pari di «Zona Bianca» con l’intervista a Lavrov. Come se ne esce?
«Quello che abbiamo visto in queste settimane da un lato preoccupa perché è evidente che chiunque abbia espresso un’idea meno atlantista è finito alla gogna, sotto l’indice, in liste di proscrizione. Nello spazio televisivo italiano s’insinuano figure che spesso non sono oggetto di un contraddittorio, non vengono invitate per quello che dicono ma per il modo provocatorio in cui lo dicono».
Che impatto hanno appelli e mobilitazioni come quella messa in campo da Amnesty visto che non è prassi consolidata il decentramento del punto di vista?
«Le rispondo con una citazione “Se serve lo faccio, se non serve lo faccio lo stesso”. Qui il tema è fare le cose giuste. Parlare di diritti, parlare della possibilità in un contesto di guerra di evitare il peggio, garantire la libertà di espressione. Quando c’è un conflitto in corso, accanto a quel conflitto ci sono cose che vengono dimenticate. Per questo è importante. Il battito cardiaco dei diritti umani in Europa è accelerato dal punto di vista emotivo, ma non è detto che questa accelerazione poi produca risultati positivi. C’è una grande emozione, anche molta paura perché abbiamo la guerra in Europa. Speriamo che questa accelerazione poi produca risultati positivi».

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