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In Puglia e Basilicata

il progetto

Dalla Puglia alla Bosnia, un «ponte» per la nuova agricoltura balcanica

Dalla Puglia alla Bosnia, un «ponte» per la nuova agricoltura balcanica

Un programma nato per evitare lo spopolamento. Colture innovative, formazione e sviluppo

10 Maggio 2022

Enrica Simonetti

Che cosa succede dopo una guerra? Ora che guardiamo all'Ucraina, un Paese non lontano da noi distrutto e stravolto, non possiamo non pensare a quell'altra sponda d'Europa che trent'anni fa era terra insanguinata. Stiamo parlando delle terre jugoslave e di quella Bosnia Erzegovina in cui esplosero eccidi terribili. I Balcani della guerra civile, i Balcani delle diatribe tra serbi, musulmani e croati, con il conflitto durato oltre tre anni, le efferate violenze, gli stupri di massa, i campi di detenzione. Anche se voltiamo pagina e lasciamo da parte il conflitto con tutti i suoi interrogativi, c'è una questione che resta aperta e riguarda le conseguenze sulla popolazione, che non si possono tacere.

Il periodo post-bellico è drammatico. Lo abbiamo visto in Italia, in Germania, ovunque nel mondo e lo vedremo in Ucraina. In Bosnia Erzegovina, terra bellissima dalla natura incontaminata, con le cime delle Alpi Dinariche, i laghi, i fiumi, le bellezze dentro e fuori Sarajevo, la vita resta difficile anche trent'anni dopo. Ci sono zone che si spopolano, ci sono profughi che sono fuggiti e campagne in cui serve far rinascere tutto, anche la voglia di vivere, il dialogo, le visioni di futuri possibili. Un sogno che diventa realtà se c'è lavoro, se proliferano condivisioni di intenti e buone pratiche economiche ed umane.

Tutto ciò si sta realizzando, con mille sforzi. Ma c'è un «ponte» con la Puglia che è tutto da raccontare: l'«abbraccio» avviene nelle campagne desertificate della Bosnia Erzegovina, dove da qualche tempo il Ciheam (Centro Agronomico Mediterraneo) di Valenzano sta organizzando un progetto importante, capace di restituire un'anima agricola a territori montani o pietrosi, luoghi dal paesaggio incantevole che però hanno perso abitanti, turismo, agricoltura. Ebbene, il programma s'intitola ANC BiH (Sviluppo economico sostenibile e protezione ambientale delle aree soggette a vincoli naturali in Bosnia-Erzegovina) ed è messo in atto dal Ciheam, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) tramite l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). Due milioni e quattrocentomila euro per mappare le aree interessate, promuovere i vincoli naturalistici, formare nuovi agricoltori e condurre un circolo virtuoso di buone pratiche, tra innovazione, pari opportunità, integrazione.

Le ricadute sui fenomeni migratori sono fortissime: se c'è sviluppo, i bosniaci non fuggono ma fanno crescere il loro Paese, ripopolano le campagne, imparano a ripescare le loro colture alternative e a creare processi innovativi di sostenibilità che potranno poi vendersi al meglio sul mercato internazionale. Questa è Europa. E il progetto - che dura 36 mesi - sarà inserito tra le buone pratiche nell'Annual Report dell'Aics, come spiegano dal Ciheam il direttore generale Maurizio Raeli, con il direttore aggiunto Biagio Di Terlizzi, la responsabile delle Relazioni esterne Rosanna Quagliariello, insieme ai coordinatori del programma Fabrizio Contento e, in Bosnia Erzegovina, Suzana Madzaric. Quest'ultima ha una storia nella storia: fuggita dalla guerra, ha terminato i suoi studi proprio al Ciheam. La Bosnia produce cereali, insieme a frutta e verdura soprattutto nella parte nord del Paese e al sud si sta cercando di diversificare, stimolando anche sinergie con la popolazione locale di artigiani e motivando i giovani, anche nel campo delle colture innovative. Apicoltura, produzione di miele, nuove coltivazioni. La cooperazione italiana ha riportato la Bosnia – spiega Contento – come area prioritaria e il programma che s'intende attuare rimarca quanto fatto con successo in Albania.

Buttarsi la guerra alle spalle, innovare e progredire. A nome del ministro del Commercio estero e delle Relazioni economiche della Bosnia Erzegovina, il rappresentante locale ha sottolineato l'importanza della distribuzione di risorse dello sviluppo agricolo: «Sarà un modo per dare a tutti l'opportunità di contribuire anche alla progettazione allo sviluppo dell'area». E gli stessi partecipanti al lavoro di gruppo di ANC BiH raccontano di aver imparato come «le nostre aree rurali possono essere migliorate con i sistemi e gli incentivi del progetto, in modo da evitare l'abbandono da parte della popolazione». Un produttore agricolo di Čelinac testimonia come l'altitudine e i ripidi pendii necessitano investimenti in macchinari nuovi, oltre al maggior dispendio di carburante: «Abbiamo bisogno di questo supporto, il nostro paesaggio non deve cambiare e non dobbiamo perdere la nostra cultura locale». Dopo la guerra, trent’anni dopo, la voglia di ricominciare e di restare a casa.

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