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L'intervista

Poletti dal fronte ucraino: «Odessa? Si salverà, i russi la rispettano»

Poletti dal fronte ucraino: «Odessa? Si salverà, i russi la rispettano»

Parla il direttore del giornale locale: reputano la città un loro gioiello

10 Marzo 2022

Leonardo Petrocelli

Il grande pubblico lo conosce ormai come la voce italiana di Odessa. Ugo Poletti, imprenditore e giornalista milanese, residente nella città ucraina dal 2017, è infatti il direttore dell’Odessa Journal, foglio online che sta raccontando, giorno dopo giorno, ogni passaggio del conflitto. Fino ad oggi da una distanza, se così può dirsi, di sicurezza. Ma l’avanzata dei russi verso la città - una perla culturale e mercantile, oltre che un obiettivo strategico - potrebbe far precipitare tutto nelle prossime ore.

Direttore Poletti, che succede fuori dalla sua finestra?

«Iniziamo da una premessa: Odessa sta ottenendo un trattamento diverso dalle altre città».

Perché?

«Non è facilmente raggiungibile. Rispetto ad altre città come Kiev, Mariupol, Kherson, vicinissime alle linee nemiche fin dai nastri di partenza, Odessa è parecchio distante».

Vero, ma i russi potrebbero approdarvi via mare...

«Me lo chiedono tutti: ci sarà lo sbarco? In realtà per sbarcare servono un sacco di uomini. Gli alleati arrivarono in Normandia con 150mila unità. I marines russi sono pochi così come le loro navi: 12 mezzi capaci di trasportare 300 soldati l’una. Si arriva a 4mila. Appena sbarchi ti fanno fuori».

E i raid aerei?

«Sì qualche raid aereo c’è stato nei primi giorni del conflitto. Ma solo su obiettivi militari. La flotta russa nel Mar Nero ogni tanto si avvicina. Hanno affondato un mercantile recentemente, oltretutto con all’interno tre marinai russi».

Alla fine cosa resta, quindi?

«Per quanto complessa, resta l’opzione da terra. I russi hanno preso Kherson e sono fermi a Mykolaiv dove è in atto una strenua resistenza. Se cade, la prossima è Odessa».

Quanto vale Odessa per i russi?

«Vale tanto. Innanzitutto per ragioni economiche: è il cuore di un sistema di sette porti attraverso i quali funziona l’export ucraino di prodotti minerari, utili anche per realizzare componenti dei cellulari, e soprattutto generi alimentari come l’olio di semi con il quale cucina tutta l’Asia, India e Cina in testa. Se prendi il porto strangoli il Paese».

E poi ci sono ragioni culturali.

«Odessa è una Praga sul mare. Di certo è la città più famosa dell’Ucraina nel mondo. Ricorre nel cinema, nella letteratura, nei romanzi. Tante donne si chiamano Odessa, nessuna Kiev. Era la Hollywood dell’Urss, da qui provenivano i più grandi musicisti sovietici. Ogni russo sogna di venirci in vacanza. La considerano un loro gioiello e per questo, credo, non la bombarderanno».

Anche l’Italia è fortemente legata a Odessa

«Non c’è dubbio, soprattutto Napoli. Pensi che al tempo della Guerra di Crimea il Regno delle Due Sicilie, proprio in virtù di questo legame, non tradì il rapporto con l’Impero russo. Anzi inviò appoggi e sostegni. Gli inglesi si vendicarono scortando Garibaldi e i suoi mille in Sicilia, impedendo così ai Borbone di silurarli in mare. A guerra finita, vorrei invitare qui il governatore partenopeo De Luca».

Odessa è stata anche il teatro della strage del 2 maggio 2014: ben 48 manifestanti filo-russi persero la vita bruciati vivi nella Casa dei sindacati dove si erano barricati per sfuggire alle violenze dei nazionalisti ucraini. Pesa il ricordo di quell’episodio?

«Mi astengo dai giudizi politici ma di certo fu un fatto sporco. Dopo la caduta del filo-russo Yanukovich, crebbe la tensione e in quella manifestazione si passò subito alle maniere forti. Gli ucraini erano più organizzati, c’era gente che veniva da fuori. I simpatizzanti russi si chiusero in quel palazzo e sappiamo come è finita. Tuttavia, un’inchiesta non c’è mai stata».

La domanda introduce il tema della convivenza fra russi e ucraini ad Odessa: com’era prima dell’invasione?

«Bisogna capire che Odessa non è Kiev. È una città apolitica e mercantile. Prevale una mentalità ebraica. Gli ebrei erano il 40% della popolazione fino alla rivoluzione ‘17. Oggi sono il 15% ma l’impronta resta. Gli ucraini nazionalisti vengono quasi tutti da Leopoli, ex città polacca, inglobata nell’Urss solo sul finire della Guerra ma non prima di aver partecipato, con i nazisti, ad una forte resistenza contro Mosca».

I nazisti ci sono ancora...

«Se si riferisce al battaglione Azov è una struttura militare finanziata dagli oligarchi ucraini ma solo dopo il divampare del conflitto del Donbass. Quelli della strage del 2014 erano civili».

Torniamo a Odessa. Fino all’invasione come si conviveva?

«A Odessa di parla russo, perché è la lingua che tutti studiano. Non c’è differenza in questo, come non c’è differenza di colore della pelle. La distinzione tra ucraini e russi è la stessa che intercorre fra un milanese e un torinese. E lo scontro è quello tra cittadini con idee e posizioni diverse».

Come si stanno comportando filo-russi e filo-ucraini in città?

«Quasi nessuno è fuggito. Il 90% della popolazione non si è mossa, sostanzialmente per rimanere a combattere e organizzare la resistenza di fronte a un eventuale attacco».

E chi simpatizza per Putin?

«C’è un clima di sospetto. Hanno già arrestato alcuni ufficiali di polizia e qualche giovane che faceva foto, accusandoli di collaborare con Mosca. Ma, a parte questo, la mia impressione è che i filo-russi se ne stiano a casa ben chiusi».

Ma volendo si può fuggire?

«Certo, ho amici che si sono messi in macchina per andare in Moldavia. Altri hanno riparato in Romania. Non ci sono corridoi umanitari per la semplice ragione che non c’è un assedio. Infatti il cibo nei supermercati non manca. Ma chi vuole può andar via».

E lei?

«Io resto dove sono e mi aggrappo al pensiero che ho espresso all’inizio: i russi non bombarderanno».

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