Martedì 24 Marzo 2026 | 05:40

Referendum sulla giustizia: la prima sconfitta di Giorgia

Referendum sulla giustizia: la prima sconfitta di Giorgia

Referendum sulla giustizia: la prima sconfitta di Giorgia

 
mimmo mazza

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mimmo mazza

Il punto del direttore: «Referendum sulla giustizia: la prima sconfitta di Giorgia»

Il centro-sinistra esce dalla consultazione referendaria più compatto e motivato, con la ragionevole certezza di potersi giocare le elezioni politiche del 2027, specie se il sistema elettorale resterà l’attuale e se il recinto del campo largo resterà davvero largo

Martedì 24 Marzo 2026, 03:42

Il referendum sulla giustizia è per Giorgia Meloni la prima vera sconfitta elettorale da quando governa il Paese. Tuttavia, l’esito non la costringerà alle dimissioni (non chieste nemmeno dall’opposizione), non ci sarà nessuna caduta automatica come accadde a Renzi nel 2016, così come non ci sarà alcuna riforma costituzionale. C’è il concreto rischio che l’azione di Governo però risenta della battuta d’arresto scaturita dalle urne, trascinando Meloni e alleati in un pantano del quale nessuno sente il bisogno. Meglio farebbe la premier a cogliere l’occasione per fare il tagliando alla sua squadra, sostituendo chi finora ha fatto notizia più per i suoi guai o la sua manifesta incompetenza che per aver risolto o almeno alleviato un problema degli italiani. La riforma della giustizia era una riforma centrale del programma di Governo, voluta in particolare da Forza Italia, praticamente in memoria di Silvio Berlusconi. Invece non solo non ci sarà alcuna riforma ma ora potrebbe trovare nuovi spazi di azione il giustizialismo che alberga in alcuni settori della destra italiana. Due elementi hanno pesato in particolare sull’esito finale. Una campagna di comunicazione disastrosa, imperniata prima su tecnicismi spesso incomprensibili, poi sulla eccessiva politicizzazione senza invece puntare su argomenti di sicura presa come la irresponsabilità di certi magistrati. E poi, la presenza di alcuni testimonial davvero improbabili come Di Pietro e Palamara (andrebbe premiato con un viaggio di sola andata chi ha scelto due emblemi della giustizia contaminata dalla politica per convincere gli italiani sulla necessità di separare le toghe dai partiti). Non va sottovalutata la sconfitta del «sì» nell’intero Mezzogiorno d’Italia al quale evidentemente più che difendere la Costituzione, stava a cuore mandare un segnale di sofferenza e di disagio a Palazzo Chigi. Il centro-sinistra esce dalla consultazione referendaria più compatto e motivato, con la ragionevole certezza di potersi giocare le elezioni politiche del 2027, specie se il sistema elettorale resterà l’attuale e se il recinto del campo largo resterà davvero largo: tanto per litigare c’è sempre tempo.

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