Dopo la manifestazione di interesse inviata l’altro giorno dal gruppo indiano Jindal, Flacks Group conferma il proprio impegno per l’acquisizione dell’ex Ilva e chiede un confronto diretto con i commissari della società siderurgica italiana in una nota nella quale sottolinea che «la qualità complessiva e la solidità finanziaria delle proposte rappresentano elementi chiave nella valutazione del dossier».
Flacks Group nella nota mostra disponibilità ad affrontare i nodi ancora aperti per una soluzione condivisa, dopo che da parte dei commissari erano state chieste delle integrazioni alla proposta da presentare entro lo scorso venerdì. Nella nota Flacks Group sottolinea che «in un dossier complesso come quello dell’ex Ilva è fondamentale preservare un dialogo strutturato e coerente con le pratiche di mercato, soprattutto nelle fasi più avanzate della procedura» e «conferma il proprio impegno a finalizzare una proposta solida e sostenibile, basata su una struttura finanziaria equilibrata e su una visione industriale credibile nel lungo periodo». «In questo contesto - prosegue la nota - particolare attenzione viene riservata alla reale capacità di sostenere nel tempo gli ingenti investimenti richiesti, sia sul piano industriale sia su quello ambientale. Per questo motivo, la qualità complessiva e la solidità finanziaria delle proposte rappresentano elementi chiave nella valutazione del dossier». Flacks Group «ribadisce quindi la necessità di un confronto diretto con i commissari, al fine di affrontare efficacemente le questioni ancora aperte e orientare il processo verso una soluzione pienamente sostenibile e condivisa».
Oggi i commissari dovrebbero avviare un confronto con i rappresentanti di Jindal la cui proposta prevede la continuità produttiva nella fase transitoria con almeno due altoforni, in attesa della piena riconversione tecnologica, e l’obiettivo di una piena decarbonizzazione entro il 2030, con una produzione di acciaio verde pari a 6 milioni di tonnellate annue. A regime il modello produttivo vedrebbe un forno elettrico a Taranto e 2 forni elettrici e 2 impianti Dri in Oman. Nella fase intermedia, la produzione sarebbe pari a circa 4 milioni di tonnellate annue, garantita da due altoforni, destinati alla dismissione entro il 2030. Il target di 6 milioni di tonnellate consentirebbe la piena funzionalità degli impianti a valle, sia a Taranto sia nei siti di Genova, Novi Ligure e Racconigi, con una occupazione di circa 4500 unità, e dunque altrettanti esuberi. La proposta, poi, recepisce la richiesta del Mimit di liberare fin da subito le aree industriali non più funzionali alla siderurgia, per favorire nuovi insediamenti produttivi, sia a Taranto sia a Genova, così come del resto prevede anche la proposta del gruppo Flacks.
«Appaiono come delle trattative ghigliottina, mirate solo a tagliare il numero dei lavoratori. Sembra una gara a chi lascia a terra più lavoratori» dicono Francesco Rizzo e Sasha Colautti, dell’esecutivo nazionale Usb. «Le notizie trapelate sia sul fondo di investimento Flacks che su Jindal - aggiungono - non fanno altro che alimentare i nostri dubbi. Quello che ancora non è stato ben compreso è che la prima valutazione deve essere fatta tenendo ben presente l’esigenza di garantire tutti i lavoratori. Non ci stanchiamo di ripetere che nel perimetro delle misure straordinarie che devono essere programmate devono rientrare i dipendenti diretti di Acciaierie d’Italia, gli ex Ilva in amministrazione straordinaria e la forza lavoro impiegata nelle ditte dell’appalto. Nessuno escluso». Per Rizzo e Colautti «soluzioni ottime potrebbero derivare dalle proposte che abbiamo presentato come Unione sindacale di base, e quindi incentivi all’esodo su base volontaria per chi volesse uscire dal circuito dell’acciaieria e spendersi in un altro contesto lavorativo, accompagnamento alla pensione, riconoscimento dell’amianto e della siderurgia tra i lavori usuranti». «Continuiamo a ribadire - concludono - che l’unica via d’uscita è la nazionalizzazione dell’azienda e la presa in carico da parte dello Stato tanto dell’emergenza ambientale quanto di quella occupazionale».
















