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C’è Ventola in diretta sul web. Che bell’amarcord per i baresi

C’è Ventola in diretta sul web: che bell’amarcord per i baresi

«Parlando tra calciatori si è più liberi di raccontare aneddoti»


BARI - Non c’è il calcio, ma loro si sono dimostrati una valida alternativa: con le loro storie, con i retroscena mai svelati. Cristian Vieri, Daniele Adani, Francesco Totti, Alessandro Nesta, Filippo Inzaghi ed il barese Nicola Ventola. Nick «Dinamite», come lo chiamavano all’inizio della carriera, quando inondava di gol qualsiasi avversario a livello giovanile per poi esordire in A a soli 16 anni (nel 1994 con il Bari con cui ha conquistato una promozione in A ed una salvezza con 12 reti in 45 presenze), era una delle stelle più luminose di questa combriccola che di certo ha raccolto più di lui.

Nicola Ventola, il Coronavirus ha fermato il calcio, ma le vostre dirette Instagram catturano fino a 20-30mila contatti: un pubblico da serie A.

«Il calcio è degli italiani: tanta gente sta soffrendo non solo per la contingenza derivante dalla pandemia, ma anche per la privazione delle proprie passioni. Noi abbiamo cominciato per divertimento, ma con il passar del tempo ci siamo resi conto di poter essere un modo per trasmettere un po’ di buonumore, magari per fare compagnia alle persone che sono costrette a casa».

Emergono particolari che non avete mai rivelato in anni di interviste…

«I giornalisti hanno grande competenza e professionalità, ma forse tra noi ci sentiamo più liberi di parlare. Perché sappiamo che non ci sono sovrastrutture, che quelle esperienze sono state condivise in anni di convivenza, da compagni ed avversari».

Il suo pensiero corre spesso al Bari: l’amore per la maglia biancorossa è rimasto così forte malgrado tanti anni di lontananza?

«Il Bari è la mia squadra del cuore, non ho mai tifato per altri. Sono sempre andato allo stadio con mio padre, con le farfalle nello stomaco per vedere Loseto, Maiellaro, Joao Paulo e poi ritrovarmi un giorno accanto a campioni come Protti e Kennet Andersson. Giocare nel Bari era il massimo: non volevo andar via. L’accordo iniziale con l’Inter era lasciarmi in biancorosso un’altra stagione, poi loro alzarono l’offerta e per il Bari fu un’occasione irrinunciabile. Nel 2009 in A fui ad un passo dal coronare il sogno di tornare, avrei accettato il minimo salariale, ma non rientravo nei programmi. L’amore, però, non è cambiato».

E oggi il Bari rappresenta uno dei casi spinosi di un calcio che cerca la strada per ripartire.

«La salute viene prima di tutto. Non possiamo dire quando si potrà giocare: i tempi sono scanditi dall’evoluzione del virus. Ma è doveroso programmare e avere diversi piani di attuazione perché parliamo di un indotto che rappresenta una risorsa irrinunciabile per l’Italia. Sul Bari ho un’idea precisa: comprendo le difficoltà della Lega Pro, ma si deve dar modo ai biancorossi di giocarsi la promozione. Il campo era stato chiaro nel dichiarare il valore di Antenucci e compagni che magari non sarebbero arrivati primi, ma di certo ai playoff si sarebbero trovati in pole».

Estrapoli qualche figura indimenticabile del suo percorso barese.

«Fascetti perché è stato esemplare nel tenere a bada i miei 18 anni, Protti perché ho vissuto i suoi 24 gol in A ed è stato un modello, Guerrero per la capacità di fare gruppo. E poi Ingesson: un uomo di grande spessore, un leader. Mi ha trattato con severità a volte, ma anche con dolcezza: mi manca tanto».

Come fa su Instragram, invii un messaggio di speranza in questo frangente.

«In questi giorni mi vedete dialogare con diversi campioni del mondo con i quali ho condiviso le esperienze nelle nazionali giovanili. Chissà, forse sarei arrivato anch’io a certi livelli perché avevo caratteristiche ricercate in quel calcio. Ho subito nove infortuni che hanno modificato le mie doti, eppure non ho rimpianti. Mi tengo stretto il positivo, l’aver giocato in una big come l’Inter, aver disputato la Champions League. Ho cercato sempre di rialzarmi. Il mio consiglio è apprezzare i momenti: chi ha la fortuna di stare bene, chi ha degli affetti, chi è genitore, deve apprezzare le piccole cose. La vita tornerà ed anche il calcio sarà più bello».

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