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Il lampo che dimora nell’oscurità

Il lampo che dimora nell’oscurità

Il lampo che dimora nell’oscurità

 
Giacomo Fronzi

Reporter:

Giacomo Fronzi

Bari, a San Cataldo due musei, del faro e della radio

Il raggio all’orizzonte

Domenica 03 Agosto 2025, 19:53

Quando si va per mare, all’entusiasmo e all’eccitazione di ogni partenza, a un certo punto, segue la nostalgia del ritorno. Che sia in solitaria o in compagnia, il viaggio, il più delle volte, implica un movimento contrario che, nel buio della notte e, magari, tra onde impetuose, trova nella vista della luce, all’orizzonte, motivo di rassicurazione. Talvolta posta ad altezze vertiginose, quella luce intermittente è da sempre avvolta dall’oscurità così come lo è da un alone di fascino e di mistero. Quella svettante struttura di pietra e di speranza, tanto solida da sembrare eterna, tanto compatta da apparire invincibile, ma anche tanto isolata da essere melancolica, il faro, non cessa di sedurre. Ora avvolti dalla nebbia, ora staglianti sull’azzurro del cielo, ora chiusi nel potente abbraccio delle onde, «i fari – scrive Veronica della Dora – sono luoghi speciali. Silenziosamente sospesi fra la piatta superficie del mare e il cielo, solidamente piantati sui bordi della terra, insistentemente battuti dalle onde e dal vento, [essi] segnano fisicamente l’incontro fra gli elementi» (Dove nel buio la luce dimora, 2023). Nella sua affascinante storia dei fari, che si snoda tra letteratura, geografia, religione, arte e cinema, della Dora ci racconta come essi siano situati su promontori ventosi, in cima a scogliere o a rocce tempestose, incastonate nel mezzo tra forze indomabili, quelle della natura, e istanze emancipatrici, pur nella loro fragilità, quelle dell’uomo. Ciononostante, rileva della Dora, non c’è arroganza nella loro imponenza o nella loro presenza, anzi, in essi c’è sempre qualcosa di profondamente e costitutivamente romantico. Queste “sentinelle del mare”, scrive lo storico britannico R.G. Grant, «invece di imprimere il marchio del dominio dell’umanità sulla natura, […] evocano la fragilità e l’isolamento delle persone di fronte alla forza elementare dell’oceano e dei venti» (Sentinels of the Sea, 2018). In fondo, è una doppia natura quella suggerita dal faro. Sia fisicamente sia metaforicamente, il faro è luce che dà conforto e che si va cercando per via della sua natura salvifica: nella sua solidità, ci dà l’idea della nostra fragilità. È una certezza geografica e simbolica, è una sorta di laica e immobile stella cometa che guida i naviganti, del mare e della conoscenza, verso la sicurezza e la stabilità della terra e di qualche verità. La posta in gioco, in fondo, è il vero sapore della nostra esistenza. Per come scrive Sergio Bambarén, «il miglior modo di assaporare quest’avventura meravigliosa chiamata “esistenza” è quello di essere onesti su di un punto: chi siamo veramente. Il segreto è rimanere noi stessi, credere nelle nostre convinzioni, entrare in sintonia con gli altri e sforzarci di vivere la vita che abbiamo sempre sognato. Liberi dalle catene che ci siamo creati unicamente nella nostra mente e nel cuore. Come il raggio del faro, che attraversa il muro di cristallo con la sua luce intensa, e ci guida sulle rotte della verità» (Il guardiano del faro). Il fascino che il faro ha sempre esercitato – nonostante le nuove tecnologie e l’automazione ne abbiano modificato la natura e il funzionamento, spesso non implicando più il ricorso al mitico “guardiano” – non accenna a diminuire, anzi, sottolinea ancora della Dora, da qualche tempo libri e film sui fari crescono esponenzialmente. Solo in Australia, prosegue l’autrice, «negli ultimi anni sono stati pubblicati almeno quindici nuovi romanzi sui fari: dalla narrativa ambientalista ai romanzi storici e alle memorie dei guardiani» (Dove nel buio la luce dimora). Non solo: «Le associazioni dei fari prosperano in tutti i continenti; gli appassionati ormai fanno a gara con gli scalatori seriali di montagne scozzesi: sono diventati “collezionisti” di fari ancora in funzione. Di anno in anno poi un numero crescente di fari dismessi prende nuova vita trasformandosi, per esempio, in hotel e B&B» (ivi). Ma, si chiede giustamente della Dora, perché questa forte attrazione? Per ché proprio adesso? Una possibile spiegazione potrebbe risiedere nel fatto che questi muti spettatori, nella loro seducente staticità, offrono l’occasione di riflettere sul pervasivo e sempre più rapido vortice trasformativo nel quale siamo risucchiati. Osservare un faro può riconsegnarci una percezione del tempo e dello spazio diversa, aprendo a un’esperienza immaginativa e contemplativa dal significativo valore evocativo, se non poetico. In definitiva, il faro «può insegnarci a fermarci un momento e a guardare ciò che ci circonda con occhi nuovi; trovare lo straordinario nel familiare; amare l’esotico nel nostro cortile. In altre parole, può esserci d’aiuto nel riconnetterci con una realtà dalla quale le nostre vite frenetiche ci hanno alienato» (ivi).

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