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L’Operetta? Un villaggio vacanze. Epopea del genere teatrale

L’Operetta? Un villaggio vacanze. Epopea del genere teatrale

L’Operetta? Un villaggio vacanze. Epopea del genere teatrale

 
Pasquale Bellini

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Pasquale Bellini

Giù i pantaloni e giù il sipario

Domenica 27 Luglio 2025, 21:01

Una bella vacanza. Quella che mi prendo ora dalle pensose cure del teatro: quello di ieri e quello di oggi, finalmente fuori dalle “antiche scale” della storia seria o della storia meno seria ma pur sempre importante, tutta roba delicata da trattare, con i generi, i linguaggi, i personaggi, gli autori, gli attori, le attrici... E vacanza sia. Così come fu una gran bella vacanza, da tutti gli impegni e da tutti gli “imperativi categorici” etici, estetici, sociali e politici anche quella che, fra 800 e 900, si prese la buona borghesia europea, il buon “generone” che costituiva il pubblico teatrale di allora: fu quando si avventurò, allegramente e musicalmente saltellando, in quella specie di sgargiante Villaggio Vacanze dello spettacolo che fu l’Operetta.

Un poco meno dell’Opera (specie della Grande Opéra francese infarcita di cori, ballerine, scenari) ma non tanto da scontentare occhi e orecchie della buona borghesia, così esigente quanto a piaceri e degustazioni, ma un poco di più del vaudeville, grazie al canto e ai couplets corali, con l’aggiunta di quel tanto di bonaria sensualità che si può concedere anche, ogni tanto, alle caste spose o alle candide fanciulle da marito. E se ci scappa qualche doppio senso salace, qualche visione di una caviglia o di una giarrettiera, poco male. Ma anche l’Operetta, questa figlia de-genere fra opera buffa, vaudeville e commedia in prosa, ebbe pure i suoi natali antichi, discendendo dai lombi quasi nobili della ballad opera inglese del ‘700, vedi L’opera del mendicante di Johnn Gay del 1728. Ma fu nella Francia delle monarchie borghesi dell’800 (fra Luigi Filippo e Napoleone III) che fiorì il genere, prima con Fra Diavolo di Daniel Auber che nel 1830 arricchì di musiche sempliciotte una trama di Eugène Scribe, poi con Jacques Offenbach che dalla metà del secolo in poi moltiplicò i divertissement musicali e le trame piccanti: Orphée aux Enfers, La belle Hélène, La fille du Tambour Major, ecc. ecc. a deliziare il colto e l’inclito pubblico, la matrona e la fanciulla, l’ufficiale e il bottegaio. Dialoghi e battute spiritose, musiche e “canzoni” orecchiabili, balli scatenati, compresi il galop e il quasi peccaminoso Can-Can. Ma, ad insidiare il primato francese della neonata Operetta si erge da subito una “scuola viennese” che nel pieno della Belle Epoque contende a Parigi la scena e, soprattutto, la musica. È tutto uno scatenamento di valzer, in questa Vienna della Finis Austriae, dove la fanno da padroni i famigerati Strauss, con Johann che oltre al Bel Danubio blu e altri immortali valzer, compose sedici operette, a partire dal Pipistrello (1874) e compresa Lo zingaro barone (1886). Mentre intanto anche nell’Inghilterra vittoriana si scatena il piacere dell’Operetta, vedi Arthur Sullivan e la sua Geisha (1896), ecco che nel 1905 esplode (a Vienna!) la vera “regina delle operette”, cioè la Vedova allegra su musiche di Franz Lehar, derivata da una commedia (francese!) di Henri Meilhac, L’attaché d’Ambassade del 1861. È da allora, da quel fortunato debutto, che le vedove non possono fare a meno di essere allegre, che i gigolò tipo Danilo non fanno che spassarsela chez Maxime, che il paese beato dei nostri sogni in musica, valzer compresi, non può che essere il Regno di Pontevedro, con i suoi canterini ed ereditieri abitanti. Fermo restando che “è scabroso le donne studiar” e che esse “son dell’uomo la disperazion”, che per sempre “donne donne, eterni dei”, e via col zum-pa-pa! Pontevedro tu sei la mia patria, for ever.

E l’Italia, in tutto questo? Calma e gesso. Non che i musicisti italiani non si siano cimentati col genere, anzi. Scrissero operette Leoncavallo (La reginetta delle rose, 1912), Mascagni (Il re a Napoli, 1885, Le maschere, 1901, , 1919) ma nessuna di esse entrò in repertorio. Gli è forse, in Italia e nel resto d’ Europa, che quella stessa borghesia un po’ godereccia che dell’Operetta si era allegramente cibata per circa una cinquantina d’ anni fra duchesse e bal-tabarin, grisettes e gigolò, ereditiere e pastorelle, in un Regno di Pontevedro di beata incosciente fanciullaggine, si ritrovò dal 1914 al 1918 ad affrontare le Patrie l’una contro l’altra armate, coi milioni di morti nel fango delle trincee! Poco spazio per i valzer.

Eppure, eppure... non furono grandi musicisti a segnare alcuni titoli restati, almeno in Italia, nel repertorio e nella memoria musicale nostrana. Si devono a mestieranti come Mario Costa, Virgilio Renzato, Giuseppe Pietri, Carlo Lombardo alcune operette famose: Addio Giovinezza, Acqua Cheta (Pietri), Il paese di campanelli, Cin-Ci-La (Renzato), Scugnizza, Posillipo (Costa), La danza delle libellule (Lombardo), ancora adesso apprezzate dagli appassionati.

Bien! Vacanza finita. Il Villaggio Turistico Operetta ha ormai chiuso le danze. Adieu Pontevedro!

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