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Musica disillusa: tra autotune e canzone d’autore

Musica disillusa: tra autotune e canzone d’autore

Musica disillusa: tra autotune e canzone d’autore

 
Alice Palmisano

Reporter:

Alice Palmisano

Gli applausi stonati alla musica classica

Martedì 08 Aprile 2025, 16:31

16:32

Se non ci siamo mai chiesti come mai l'autotune sia ormai un must nella produzione musicale, forse ora è il caso di farlo. In questi ultimi anni è acceso il confronto tra i tradizionalisti amanti del cantautorato, inguaribili romantici, e i progressisti. Sta a noi decidere se l'autotune sia davvero uno strumento per pochi esperti di tecnologia capaci di controllare la propria voce o se sia solo un aggeggio per mascherare le sbavature. Questo contrasto solleva un dibattito non solo tecnico, ma anche culturale: l’autotune è un’innovazione o una scorciatoia? E come si confrontano i testi della trap con quelli della grande tradizione cantautorale? L’autotune nacque negli anni ‘90 come uno strumento per correggere piccoli difetti di intonazione, ma è stato nel 2000 che è diventato effettivamente un vero e proprio stile vocale. In Italia, l’esplosione della trap ha portato l’autotune al centro della produzione musicale, trasformandolo da una semplice correzione ad una scelta estetica. Artisti come Sfera Ebbasta, Capo Plaza o Geolier lo usano non solo per migliorare la performance, ma per dare un’identità sonora precisa ai loro brani. I sostenitori dell’autotune lo vedono come un’evoluzione della voce, uno strumento per creare atmosfere nuove e totalmente distanti dalla realtà. I detrattori, al contrario, lo considerano un espediente per mascherare la mancanza di capacità vocali. Nel cantautorato, la voce, anche con le sue imperfezioni e tante sfumature emotive, è invece un elemento essenziale. Pensiamo a Fabrizio De André, Lucio Dalla o Francesco De Gregori, le cui interpretazioni talvolta imperfette ma del tutto autentiche sono parte integrante della loro poetica. Quale occasione migliore se non Sanremo per unire queste due realtà? Cantanti come Giorgia o Noemi sono state, per l'opinione pubblica, penalizzate in favore di Tony Effe o Fedez. Oltre all’aspetto tecnico, un altro punto di confronto (o meglio di scontro) riguarda i testi. La trap italiana è spesso criticata per la ripetitività e la banalità dei suoi contenuti, ma in realtà è espressione di un profondo disagio giovanile. I testi parlano di soldi, lusso, successo e talvolta anche rivalsa sociale, riflettendo un’epoca segnata dall’ossessione per l’immagine attraverso i social media. Tuttavia, artisti come Marracash o Rkomi cercano di inserire elementi più riflessivi, dimostrando che anche nella trap si possono trovare spunti poetici profondi. Il cantautorato italiano, d'altra parte, ha sempre avuto una forte impronta narrativa e sociale. Canzoni come “Il Pescatore” di De André, “L’anno che verrà” di Dalla o “La cura” di Franco Battiato sono esempi di testi che vanno oltre il momento, raccontando storie senza tempo e toccando corde universali. Il cantautore è un poeta urbano, mentre il trapper è spesso considerato un reporter della strada, che racconta il presente senza alcun tipo di filtro. Il confronto tra l’autotune e il cantautorato, tra la trap e la canzone d’autore, riflette due modi diversi di vivere e raccontare la realtà. Il primo è immediato, digitale e spettacolare, il secondo è intimo, analogico e poetico. La musica si evolve e si trasforma in relazione alla società. Se negli anni ‘70 il cantautorato era manifesto di una generazione impegnata ed estremamente riflessiva, oggi la trap è la colonna sonora di una gioventù disillusa, che trova nell’autotune un'eco della propria alienazione sociale. Ma non è detto che i due mondi siano inconciliabili: la musica italiana ha sempre saputo mescolare diverse influenze, e forse in futuro assisteremo ad un incontro tra il realismo della trap e la profondità del cantautorato. Perché, alla fine, l’importante non è il mezzo, ma il messaggio che arriva.

Guida all’ascolto
A Hard Rain’s A-Gonna Fall
Bob Dylan
Quando Bob Dylan pubblicò “A Hard Rain’s A-Gonna Fall” nel 1963, il mondo era in
bilico. La Guerra Fredda alimentava le paure per una catastrofe nucleare, le
ingiustizie sociali negli Stati Uniti erano sempre più evidenti.
Fu in questo contesto che la canzone si impose come un manifesto profetico, che
raccontava l’apocalisse imminente con un linguaggio simbolico e con grande
potenza.
La semplicità dell’arrangiamento esalta la forza del testo e l’urgenza del messaggio,
che crea un’atmosfera sospesa tra speranza e disperazione allo stesso tempo.
A Hard Rain’s A-Gonna Fall è una canzone che, dopo più di sessant’anni, mantiene
intatta la sua potenza evocativa. Se negli anni ‘60 il pericolo era solo la guerra
nucleare, oggi il “diluvio” di Dylan sono il cambiamento climatico, le crisi politiche
globali o le disuguaglianze sempre più marcate e ancora la guerra nucleare. (al. pal.)

Il testamento di Tito
FABRIZIO DE ANDRÈ
Nel vasto panorama della canzone d’autore italiana, Fabrizio De André ha sempre
avuto la capacità di sovvertire schemi e dogmi con la sua poesia profonda e a dir
poco tagliente. Tra i brani più controversi e potenti spicca “Il Testamento di Tito”,
canzone del 1970, dall’album “La buona novella”.
De André, ispirandosi ai Vangeli apocrifi, ribalta la tradizionale narrazione biblica per
dare voce a Tito, il ladrone “cattivo” crocifisso accanto a Cristo. Attraverso una
reinterpretazione critica dei Dieci Comandamenti, il cantautore genovese mette in
discussione la morale imposta dalla religione e dalla società, mostrando il divario tra
i precetti divini e la realtà quotidiana degli ultimi.
A più di cinquant’anni di distanza, resta un capolavoro di attualità sorprendente,
capace di far riflettere sulle ingiustizie sociali e sul valore della vera spiritualità. (al. pal.)

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