Questa è la storia di un artista autodidatta, che viveva in un casello ferroviario del Salento e dipingeva le sue opere con le mani attingendo a quell’inesauribile musa, la solitudine, che ha trasfigurato la sua firma in un manifesto del linguaggio aniconico. Rocco Antonio D’Aversa (1957 – 2023) in arte Puccetto, si era creato un laboratorio accanto al passaggio a livello dove ha trascorso la vita guardando passare i treni alla fermata 34.228 delle Ferrovie Sud Est, sulla linea Gagliano-Lecce via Zollino un binario invisibile – quello del suo immaginario desiderante – ha tradotto dal silenzio del romanzesco casello di Tutino-Tricase, praticamente alla fine del mondo, quelle tavole dominate dall’energia della materia colorata. Tra gli ultimi testimoni di un Salento che iniziava a sparire quando il regista Davide Barletti lo cercò, più di vent’anni fa, per raccontarne la vicenda umana nel film Italian Sud Est, Puccetto dava forma a quelle definiva “pezze” per continuare a ritirarsi dal mondo e restare di spalle rispetto ad ogni forma accademica. Delle sue opere, come di se stesso, un golem della terra tra i due mari, parlava in terza persona a chi lo cercava nei tramonti e lo trovava intento a salutare il macchinista di passaggio con l’ultimo treno. A lui e al suo straordinario percorso pittorico è dedicata la mostra in corso al Must di Lecce (visitabile sino all’8 aprile), ideata da Claudia Branca e curata da Toti Carpentieri e Massimo Guastella.
Una retrospettiva che propone la visione di 43 opere che celebrano quell’essere nel quadro al quale Pollock iniziò il mondo e lo stesso Puccetto, un ribelle nato a Tricase e che ha ispirato il documentario L’uomo che guardava i treni del regista algerino Rachid Benhadj. Il percorso espositivo intreccia opere pittoriche e plastiche in gran parte provenienti da collezioni private, spesso sprovviste di firma titolo e datazione, vale a dire consegnate al loro destino e al lavoro di riordino complesso al quale la sua produzione artistica è ora sottoposta affinché nulla vada perduto o dimenticato. Del resto, come sottolinea nel catalogo della mostra Massimo Guastella, docente di Storia dell’Arte Contemporanea dell’Università del Salento: «Affrontare l’itinerario di Puccetto, assai vicino al nostro presente, è solo un primo approccio alle interpretazioni che lo hanno accompagnato nello sviluppo delle sue espressioni. Nell’orizzonte temporale, quando l’angolazione si farà storica, si potrà rileggerlo». Ma chi era questo artista che sembra uscito dalle pagine di un romanzo? Sebbene sia stato soprannominato “Il Pollock del Salento”, a differenza dell’inventore del dripping e simbolo dell’action painting, Puccetto si riteneva semplicemente un imbratta tele che volgeva di preferenza lo sguardo all’arte per sanarsi l’anima dopo un’esistenza difficile. Del resto, non conosceva le scuole pittoriche e rifiutava ogni parallelismo, sfuggiva ai galleristi e rifiutava la fama. Resta la sua arte, urgente, a dire perché.
















