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«Goodbye Murat» e Bari fece boom il nuovo libro di Nicola Signorile

La metamorfosi del centro della città

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È da oggi in libreria «Goodbye Murat», il libro di Nicola Signorile sulla tradizione dell’architettura moderna nella Bari di Giuseppe Gimma. Il volume, pubblicato da edizioni di Pagina (pp. 140, euro 12) è un racconto spietato delle trasformazioni del centro storico ottocentesco, tra speculazione edilizia e retorica della città. Ne anticipiamo alcune pagine.

di Nicola Signorile

Quanto sopravvive della geometria di una città nuova alle continue trasformazioni? Bari insegue una mitologia del centro storico ottocentesco, il cosiddetto Murattiano. Ogni mitologia ha bisogno di racconti efferati. Quello di Bari si chiama «boom edilizio». La crescita tumultuosa ha nel quartiere fondato da Giuseppe Gimma il suo epicentro ed è in questo clima che esplode la rivolta degli edili, nel 1962. Ma la degenerazione del Murattiano è determinata nel suo stesso atto di nascita: già alla fine dell’Ottocento vengono autorizzate le prime sopraelevazioni. Il nuovo secolo si apre con l’ampia trasformazione neogotica del palazzo Fizzarotti in corso Vittorio Emanuele II ad opera dell’architetto romano Ettore Bernich. Il fenomeno diventa massiccio a partire dagli anni Venti del XX secolo, mentre iniziano le prime sostituzioni edilizie nell’attuale via Sparano, determinando così la perdita della tensione formale del piano del Gimma. Tuttavia, la negazione del neoclassicismo murattiano e le manifestazioni dell’eclettismo nell’immaginario collettivo sono considerate paradossalmente espressione del medesimo, originario progetto.

È l’ingegner Vincenzo Rizzi nel 1959, cioè nel momento in cui sta per entrare nel vivo la gigantesca sostituzione edilizia nel borgo murattiano, a dare voce alla speculazione immobiliare di massa, fornendo un’argomentazione tecnico-giuridica basata sullo studio di precedenti controversie legali (svoltesi fra il 1915 e il 1933): «Riteniamo che sia ormai l’ora che il Comune di Bari, osservata la legge, e soprattutto il bisogno e le esigenze dei cittadini affidati alle sue cure, provveda nel modo più opportuno [...] ad eliminare ogni equivoco che ancora permane sul contenuto dei cosiddetti “Statuti murattiani” (ormai ridotti ad una sola norma valida solo per alcuni vecchi stabili, e sino a quando questi rimarranno tali)».

Rizzi è il progettista del cosiddetto grattacielo Motta, tuttora l’edificio più alto del quartiere murattiano, sorto ad angolo fra corso Vittorio Emanuele II e corso Cavour, sul sedime ricavato dalla demolizione della Casa Barbone, la prima costruzione del borgo nuovo: vuole la tradizione che alla posa della prima pietra fosse stato lasciato nelle fondamenta un anello offerto da re Gioacchino Murat, per buon auspicio.

La norma alla quale fa riferimento Rizzi è l’art. 7 degli “Statuti murattiani”, all’origine dei cortili e soprattutto dei giardini interni agli isolati che ricorrono nelle nostalgie della città perduta: «In ogni Isola – stabilisce la norma – qualunque la lunghezza di fronte di ciascun lato, dovrà essenzialmente corrispondere ad una proporzionata superficie dello stato intermedio, che sarà destinato ad uso di cortile, o di giardino». L’articolo, invocato nelle cause tra privati in occasione di demolizioni e ricostruzioni, era stato tema di dibattito approfondito fra i tecnici della città sulle esigenze di salubrità, illuminazione e decoro della città. Vertenze giudiziarie ben poco numerose, in effetti, rispetto alla vastità del fenomeno di abusivismo tollerato dall’Amministrazione municipale. Commenta Rizzi: «Ad ogni violazione il Comune è rimasto passivo, sanzionando col silenzio il tacito accordo (...) E quando, mancando un tale accordo, una delle parti ricorreva all’autorità giudiziaria, chiamando (casi rari) il Comune in causa, il Consiglio comunale promulgava una generale sanatoria».

Su questo sfondo di progressivo arretramento dell’interesse pubblico e del bene comune di fronte all’arroganza della iniziativa privata si svolgono le vicende «esemplari» di Palazzo Maggi, dei Magazzini la Rinascente e del complesso di San Ferdinando, e poi dei palazzi Laterza e De Florio, della ex sede dell’Enel, della filiale Fiat e del palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno. E si riconosce l’identità degli architetti che hanno progettato quegli edifici: Giacomo Prade, Federico Rampazzini, Saverio Dioguardi, Cesare Corradini, Alfredo Lambertucci, Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano, Onofrio Mangini. Prima ancora che un giudizio di qualità, è necessario riconoscere un catalogo di quegli episodi che – nella seconda metà del secolo scorso e nei primi anni del nuovo secolo – testimoniano delle innovazioni introdotte nella cultura architettonica locale. Innovazioni di cultura del progetto e di modalità espressive, in cui si mescolano scuole e culture diverse. E infine – attraverso la ricerca intorno alla qualità «ordinaria» del costruire – la scoperta di un’insospettata continuità tra la norma compositiva del neoclassicismo barese e le esperienze del «Moderno murattiano», testimoniato dalle recenti opere di Lorenzo Netti e Stefano Serpenti.

Se negli ultimi anni del Novecento si sono registrati episodi significativi di architettura suscitati soprattutto da committenze private, i primi anni del nuovo secolo sono caratterizzati da un’ondata regressiva: la ricostruzione del teatro Petruzzelli «com’era, dov’era» ne rappresenta la manifestazione più genuina ed è al tempo stesso l’interpretazione più aggiornata della vocazione della città a costruire un’immagine rassicurante e folcloristica del proprio passato, rimovendo colpe e responsabilità. Aver fatto passare per restauro la realizzazione di un falso – essendo perduto nel rogo il «documento» – giustifica il frequente ricorso a scelte formali inautentiche e a discutibili strategie di restauro dei beni culturali. D’altra parte la committenza pubblica non è stata in grado di promuovere la qualità dell’architettura, deludendo le aspettative create dai concorsi.

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