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Peronisti contro dregheriani guerra tra filosofie

di ALBERTO SELVAGGI

A Bari «Vitone», alias Nicola Caldarulo, fan della Peroni, salumiere diventato fenomeno con fantastici video su Youtube e sul blog Facebook «L’angolo di Vitone», piange, forse. A Polignano a Mare, Peppino del Bar (Giuseppe Torres), tra i maggiori venditori di Dreher tanto da ricevere nel 2010 il diploma di ringraziamento dalla ditta «per oltre 50 anni di fedeltà» gloriosa, ride nel suo locale folklorico di via Roma. La bevanda che dai Sessanta è associata a una «Bionda», già ceduta all’estero, potrebbe finire in mani giapponesi, Ashai in testa.

Bevanda non italiana, pur avendo sede legale e Museo a Roma, ma eminentemente barese (via Bitritto 108) rischia adesso ulteriori contraccolpi xenofobi. E così ritorna il dilemma alcolico: dregheriani o peronisti? Dreher o Peroni? Amarognoli o più maltosi? Lievi o succosi? Provinciali o Baresi doc?

Dregheristi e peronici rientrano in filosofie che nel monismo rappresentano categorie di spiriti opposte. Il dregheriano lo riconosci dalla supponenza malcelata di appartenente a una casata birraia del 1773, un po’ come i leccesi, che difatti consumano soltanto il prodotto dello stabilimento di Massafra, proprietà Heineken. Il peronista, parvenu dai natali ottocenteschi, è più affabile, sciolto, chiassoso nonché cozzalo vero. Il dregheriano a Bari ‘o stad’ (allo stadio) mantiene un atteggiamento di difesa, in disparte un po’ come gli ebrei sotto il nazismo. Il peronista è invece spocchioso («uè, ‘u scème!»), pieno di gorgoglio, che sarebbe il suo orgoglio. L’eruttazione stessa erige fra i due muri di Berlino: quella del dregherista è sfiatata e acidosa, quella peronica rimbomba come una tempesta di Conrad.

Anche la ventra enfiata a acqua, malto da reflusso, granturco e luppolo è dicotomica. La dregheriana – ve ne eravate già accorti eh? – si estroflette puntuta, quale parto di stoccafisso, la peronica è più espansa, bordeggiante, slabbrata, pallone in disuso. Difatti le levatrici, che fanno nascere in casa le bottigliette animate che si sviluppano, sanno distinguerle a occhio: «Questo è incinto al sesto mese di Dreher». «Quello lì sta per sgravare: non vedi che è Peroni purissima?». Tuttavia né gli uni né gli altri petano, in quanto compressi come pentole Lagostina.

Il dregherico sa di essere, dal trattato di Rapallo, sbarco in Italia della birra viennese da Trieste, in patria straniero. Il peroniano da 170 anni è made in Italy nella sua essenza.

I primi si riconoscono dall’incarnato tendente al tubercolotico (teorici razzisti del Peronesimo sostengono che crepano prima: tiè!), mentre i secondi rilucono di couperose degenerativa, tanto che i dermatologi venali li prediligono. Durante le risse il peronista adolescente squascia sulla faccia del malcapitato supino la bottiglietta (un classico a Bari vecchia). Il dregherianino la ammena nelle corna a distanza, sia per slealtà che per coronare la fama di una mira felice: «Ho per hobby la caccia al cinghiale del Cep».

Se chiedi al dregheriano, «tu che bevi, Dreghèr?», egli non risponde. Abbozza un «m…gn...» che non vuol dir niente. L’altro invece come vede gli amici «ci» dice: «Ieri mi sono chiatrato sette soldat’ a prima matìn’», cioè bottiglie. Il dregherista – più discreto, bisogna ammetterlo - imbosca la sua 33 cl in aeroporto come un panetto di hashish. Mentre il peroniano se a Dublino nel pub becca per miracolo la prediletta, subito si selfizza bevendola nell’espressione ispirata del leggendario bardo celta e cecato Turlough O’Carolan. Se possibile con due puttanoni ridenti, che fanno escalmare agli amici: «E cudde kernùte ha pure frecat’ a Dubblìn’..!».

La Dreghèr, seconda per vendite, alligna in provincia. A Bari, Peroni Imperatrix. Il suo Tempio resta il meraviglioso Chiringuito alla Lanza, dove puoi stare menato a terra giornate intiere (con la i) attaccato alle Peroni come un pupo alla tetta alcolemica. Ma ancora non ci spieghiamo la presenza in piazza Chiurlia della caratteristica, e ottima, pizzeria Dreghèr. Eccezione geniale che conferma la regola.

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