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Delia, la sarta lucana
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Delia, la sarta lucanache «resuscita» i vestiti tirolesi

SANDRA GUGLIELMI
«Credo che ognuno di noi abbia un suo personale percorso di vita da seguire, ma solo alcuni lo scoprono e provano ad esplorarlo». Delia Masi, 32enne aviglianese trasferitasi a Bolzano per amore, sta facendo molto parlare di sé in Alto Adige, con giornali e televisioni locali, anche in lingua tedesca, che raccontano il piccolo grande sogno della giovane sarta che rimoderna abiti un po’ datati e fuori moda.

«Sin da piccola – racconta Delia - disegnavo ovunque maglie, pantaloni, cappelli e borse. Cercavo abiti negli armadi e provavo a modificarli, senza tecnica ma con la passione e la voglia di sperimentare, e spesso indossavo le mie creazioni». «Convinta che quest’idea non avrebbe potuto trasformarsi in un vero e proprio lavoro – continua la Masi - ho studiato lingue alle superiori, ma non era la mia strada. Così, considerato che la pittura, il disegno e il teatro mi piacevano, ho pensato di cambiare percorso e fare scenografia all’Accademia di Belle Arti. Lì seguii un corso di realizzazione di costumi teatrali e pian piano quel sogno che avevo celato sin dall’infanzia si è riacceso. Finiti gli studi sono tornata nella mia cittadina e mi sono barcamenata fra un lavoretto e l’altro finché ho deciso di seguire un corso di taglio e cucito. Lì ho conosciuto non un’insegnante ma un mentore, che ha rafforzato la mia passione e ha creduto in me». «A quel punto – spiega – ho iniziato a cercare lavoro nel campo e sono stata presa in una sartoria a Bologna, dove ho carpito i segreti del mestiere, continuando per conto mio a sperimentare».

«Nel frattempo – continua – è arrivato l’amore, che ho seguito a Bolzano, dove ho iniziato a fare la commessa in grandi catene, un lavoro che spegneva ogni velleità ma grazie al quale ho imparato alcuni trucchetti, su come esporre la merce. Un giorno il mio compagno mi disse che credeva fosse davvero arrivato il momento di realizzare il mio sogno e la sua fiducia in me è stata capace di sgretolare le mie paure, cosicché i miei desideri hanno iniziato a prendere forma con l’apertura di «Fingerhut Schneiderei», in italiano «Ditale», una sartoria in cui reinvento nuove vite per gli abiti in disuso». «Le clienti – racconta - mi portano un indumento ormai fuori moda a cui cambiare il modello o da trasformare in un differente capo, indossato in gioventù o appartenuto ad un familiare. Non si tratta, in fondo, solo di vecchi vestiti o di stoffe datate, ma di storie, di emozioni. Prima di comprare cose nuove, bisognerebbe sempre guardare cosa si ha nell’armadio, perché a volte basta un piccolo cambiamento e tutto si può riattualizzare e sfruttare nuovamente.

Sono, in realtà, più le persone sulla cinquantina che tendono a recuperare i vecchi capi, mentre le ragazze cercano da me indumenti anche nuovi, ma personali ed unici. Ho confezionato, ad esempio, un abito da sposa per una mia amica aviglianese, ragionando su ogni dettaglio e puntando ai particolari: abbiamo fatto tutto a distanza e ci incontravamo a metà strada per le prove. È stata una delle sfide più emozionanti che abbia affrontato». L’ispirazione? «Arriva – spiega – sicuramente dalla moda del momento, ma solo in parte e senza studiarla troppo. Per il resto mi ispiro alle arti e all’architettura con le sue intramontabili forme».
«Il prossimo passo – conclude la caparbia e creativa Delia - sarà quello di aprire un sito per proporre una mini collezione tutta mia, utilizzando sempre materiali rigorosamente naturali, dalla seta, alla lana, al cotone. Voglio aprirmi all’e-commerce per continuare a inventare e stupire non più solo gli altoatesini».

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