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«Auguri prof. Nebbia, maestro d'ecologia»

Oggi nell'aula della biblioteca Spadolini, al Senato, si tiene un convegno per festeggiare i suoi 90 anni L'epidemiologo Assennato: se la politica gli avesse dato ascolto, non saremmo in emergenza ambientale

«Auguri prof. Nebbia, maestro d'ecologia»

GIORGIO ASSENNATO

Stamane nell’aula della biblioteca Spadolini al Senato si tiene un convegno per i 90 anni di Giorgio Nebbia, «maestro di ecologia». Ho l’onore di essere l’unico pugliese tra i relatori, unico collega dell’Università di Bari, che ha potuto avvalersi per 40 anni della straordinaria attività di ricerca e didattica di Giorgio Nebbia, professore ordinario di Merceologia nella facoltà di Economia e Commercio dal 1959 al ‘95.

Sono anche l’unico medico tra gli invitati: potrò quindi riconoscere in pubblico che Giorgio Nebbia aveva sempre visto le problematiche ambientali in una luce corretta. In un suo recente libro ricorda che negli anni Settanta l’ecologia era considerata una «scienza da contesse», borghese e, attraverso la critica all’industrialismo selvaggio, intrinsecamente antioperaia: un approccio a lui del tutto estraneo. Lo documenta il suo lungo e appassionato impegno politico che lo portò a essere, per due legislature, parlamentare della Puglia dal 1983 al 1992.

Il suo atteggiamento è sempre stato molto equilibrato: in grado di cogliere e di interpretare soprattutto i bisogni dei ceti più deboli. Ne è prova il documento da lui scritto nel 2014 in occasione della ventilata chiusura dell’acciaieria di Piombino: «Secondo me, la chiusura di una fabbrica dovrebbe essere intesa come un lutto nazionale. La fabbrica è qualcosa di più di un posto di lavoro, è qualcosa di vivo che trasforma le risorse della natura, minerali o prodotti agricoli, in oggetti non solo vendibili, ma utili, necessari per la vita di altre persone. La fabbrica è storia. Nelle fabbriche è nata la classe operaia, sono scoppiati i conflitti per un orario di lavoro più decente, per un salario che permettesse di sfamare le famiglie. Nella fabbrica è nata, con buona pace degli ecologisti da salotto, l’ecologia, la consapevolezza che le merci che gli operai producono si formano trasformando la natura, con processi che inevitabilmente generano fumi e scorie che avvelenano prima di tutto gli operai all’interno e poi le famiglie all’esterno del muro di cinta, e la comunità più in generale. Le lotte per nuovi diritti, di salario ed ecologici, hanno fatto nascere la società moderna da cui ha tratto beneficio tutta intera la comunità di un Paese»

Anche in altri scritti Nebbia riconosce il ruolo importante nella nascita dell’ecologia italiana dei principi metodologici alla base delle lotte sindacali a tutela dell’ambiente di lavoro negli anni ‘70 (non monetizzazione dei rischi, validazione consensuale, introduzione dei registri dei dati ambientali e biostatistici applicati ai gruppi operai omogenei): principi che, se fossero stati applicati nei decenni successivi e non fossero stati invece riposti nel cassetto, avrebbero consentito di evitare il tragico conflitto dei nostri giorni tra ambiente e salute da un lato, lavoro e produzione dall’altro.

Giorgio Nebbia è stato ed è ancora un apprezzato collaboratore de «La Gazzetta del Mezzogiorno». In un articolo del 12 gennaio scorso, prese posizione sulla tecnologia del «ferro preridotto» che ridurrebbe di molto le emissioni nocive sul territorio. Nel testo, pur sottolineando le serie difficoltà insite nell’adozione di tali modifiche tecnologiche, metteva in evidenza i vantaggi ambientali e auspicava che potesse essere «un’occasione per coinvolgere la popolazione nei dettagli del processo, delle quantità e dei caratteri delle materie che verrebbero ad attraversare Taranto, una occasione per effettuare una “valutazione dell’impatto ambientale” preventiva»: una espressione del tutto sovrapponibile al pensiero di papa Francesco nell’enciclica «Laudato si’» (paragrafo 183), pervaso, come in Nebbia, dall’intreccio dei valori dell’ecologia «ambientale» e dell’ ecologia «sociale».

Leggendo il suo curriculum vitae, mi sono accorto che la sua prima pubblicazione quando era ancora giovane assistente dell’Università di Bologna, riguardava un argomento di straordinaria attualità per le criticità ambientali di Taranto: «La regione K negli idrocarburi oncogeni». Sin da allora Nebbia studiava le sostanze cancerogene e in particolare la struttura molecolare del benzo(a)pirene, che, come è noto, è il più importante cancerogeno emesso dalle cokerie di Ilva. Ho poi, con mia somma sorpresa, scoperto che nello stesso anno, insieme ad una ricercatrice della facoltà di Medicina di Bologna, ha pubblicato un libro edito dalla casa editrice barese «Leonardo da Vinci» (il “nonno” dell’attuale Dedalo) sulla cancerogenesi chimica. Ho purtroppo preso atto che il libro è presente nelle biblioteche di molte università italiane, ma non nell’Università di Bari. Ho avuto quindi la fortuna di trovarlo disponibile nel catalogo di una libreria antiquaria di Foligno e di acquistarlo via internet: un libro davvero speciale, sul quale chiederò a Giorgio Nebbia di apporre la sua firma autografa, per poi donarlo alla biblioteca dell’ex Istituto di Medicina del Lavoro.

Quando lasciai l’Università per assumere il delicato ruolo di direttore generale di Arpa Puglia invitai Nebbia a tenere il 20 dicembre 2007 una lectio magistralis. Ricordo bene la sua relazione dal titolo «Come sbarazzarcene. I rifiuti, da crisi ad opportunità». A distanza di quasi 9 anni dalla sua relazione la Puglia non è mai uscita dallo stato di crisi. Perché il messaggio di maestri come Giorgio Nebbia possa rivivere ogni giorno e non solo per il suo 90esimo compleanno, occorre che la nostra classe dirigente abbia il coraggio di assumere scelte difficili responsabili, trasparenti, aperte al confronto coi portatori d’interesse, proprio come ha sempre invocato Nebbia. In questo modo da un lato si possono avviare a soluzione di sistema problemi che altrimenti rischiano in qualsiasi momento di portare a recidive emergenziali, dall’altro si avvia la rigenerazione della nostra cara, malaticcia democrazia.

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