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Basta col nero, il futuro  corre con i piedi rosa

di ALBERTO SELVAGGI

Il clima, per limitarci a questo, l’avvento di un sistema tropicale ormai permanente, il caldo che erompe attraverso i ciliegi di primavera fioriti a Natale e già insecchiti, e che è estivo e modifica lo spirito e la filosofia collettivi, decreta che il tempo di Lino Patruno è finito. Che una nuova era rosacea, solare s’è aperta e ci rende liberi. Così possiamo dire che l’evo oscuro, l’Impero del Nero, è condannato alla fine. Mentre l’età del rosa estende ovunque i suoi domini.

Per alcuni secoli (questo, più o meno, il lasso di tempo della sua reggenza della «Gazzetta del Mezzogiorno») l’Uomo in Nero, il Patruno eternamente vestito da beccamorto o da prefica ha imposto dalla sua scranna di direttore il suo credo funereo. In una famosa risposta nelle Lettere al Direttore, dibattendo con un lettore che chiedeva spiegazioni sulla sua ostinazione a vestire così, si compiacque pure di cavillare dei «diversi tipi di nero», infliggendoci sunti di pensatori e di esteti. E io stesso – non lo nego -, dopo averlo avversato con i miei ombrellini da bambina policromi con i cuoricini (non è una battuta, purtroppo, è vero, in quei tempi toccavo simili livelli regressivi), o con pantaloni in pelle ciliegia (il collega Antonio Biasi mi inseguì minacciandomi e trainandosi mezza redazione dietro, tanto che dovetti venderli), mi piegai alla sua influenza. Rendendomi conto che usando quel colore non avevi più problemi di stile, accostamento, macchie, e così via. Passando, come altri colleghi e cittadini, dal «perché cacchio Lino si veste sempre di nero?» al, «mica fesso Lino che si veste sempre di nero».

Ma proprio mentre, tra gennaio e febbraio, le spiagge si affollavano di bagnanti sotto i 26 gradi, su un bancone del pesce della Feltrinelli, ove mi ero recato in cerca della biografia del pornoattore Ron Jeremy e delle mutande perdute da Alessandra Amoroso nel firmacopie tra i fan in delirio, ho visto questo saggio: Nero, storia di un colore, di Michel Pastoureau, massimo studioso delle tinte.

Un comune mortale lo avrebbe preso come il coronamento del pensiero di Lino Patruno. Della filosofia buia che ha imposto a Bari e provincia. Ma io ho colto il senso testamentario di quella copertina. Il canto del cigno di un’età finita. Tanto che il Lino stesso, fiutata l’aria, da qualche mese ha «cedimenti nel blu tenebva, puv se vavissimi», dice. Prefiguranti un ritorno all’antico: nel 1979, accompagnato dal ribelle Nicola Signorile, l’Uomo Nero si presentò a un incontro nella federazione del Movimento lavoratori per il socialismo (Mls), via Cairoli 141, in Lacoste color maialino, profumatissimo.

Basta! Il nero è finito. Tutto converge sul rosa che attornia dalle pareti la scrivania stessa sulla quale vi scrivo, imperla i miei caschi da scooter, scarpe, pantaloni, magliette, gomme e matite, mutande perfino. Anche in nome dello sfumare dei generi e del ricchionismo.

Il rosa denotava in triangolo gli omosessuali nei campi di sterminio. Fin dal Settecento sta per non virile. Vaga fra il bianco platonico e il rosso cristiano, o libertino. Ha intrapreso la sua avanzata dagli anni Ottanta in tonalità tenue, sull’inversione montante verso il puerile e il femminino. Beffeggia la sfiga. Respinge i raggi solari, soprattutto se pallido d’incarnato di petali. Chi veste le vesti della notte (questa l’ho copiata da un mio allievo, William Shakespeare) li attira sulla graticola. Se scegli il rosa da mezza checca, dopo che ti beccano gli assegni scoperti è più difficile che t’uccidi. Se mandi l’impresa a fallimento, che oggi è la regola, e indossi abiti cupi, ti butti dal terrazzo sicuramente. Perché il rosa, nel suo riflesso aurorale, trasmette il cromatismo ingannevole che dà l’opzione di fingere. Il nero, nella sua fermezza, è lo specchio lucido della verità vera.

Per cui basta con Lino Patruno. Votate NO all’Uomo Nero. Il suo antagonista vi guida adesso: l’Uomo Rosa per una nuova, illusoria era.

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