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Luciotto guidava una moto
di nome «Ti amo Nunzia»

Noi siamo ciò che mangiamo ma anche ciò che guidiamo, soprattutto negli anni della formazione. Tutti abbiamo avuto un amico acrobatico, vessato nella corsa suicida e nell’impennata sugli scooter

Luciotto guidava una moto  di nome «Ti amo Nunzia»

di ALBERTO SELVAGGI e LUCI8

BARI - Noi siamo ciò che mangiamo ma anche ciò che guidiamo, soprattutto negli anni della formazione. Tutti abbiamo avuto un amico acrobatico, vessato nella corsa suicida e nell’impennata sugli scooter. Perciò lasciamo qui la parola a Luciotto, personaggio ormai familiare in questa rubrica, altresì scritto «Luci8». Perché i suoi motorini furono i nostri. E perché nei Settanta possedé un reperto unico fra Bari e dintorni: l’ultra-trash brutal e nu-romantic «Tiamonunzia».

«Il mio primo motorino fu il Caballero 50 Fantic Motor. Lo pagai 200.000 lire, usato da un concessionario, già truccato, il che era la norma. Allora – rimembra Luciotto – si girava equipaggiati con “Gazzetta del Mezzogiorno” anti-freddo sotto i maglioni e chiave per la candela, pronti a estrarla ai primi sputacchiamenti del motore per pulirla con pezza vecchia. O in casi estremi bagnarla con benzina sull’elettrodo dando poi fuoco per una combustione purificatrice. Non pago dei 70 Km/h affidai il Caballero bianco alle mani di un amico ultra-meccanico per hobby. E mi ritrovai sotto lu deretano – il nostro Luci8 parla proprio così – un reattore nero di 60cc con carburatore 19 manomesso nel gigler che ne faceva una bestia assetata di benzina Super, che passava dalle 350 alle 500 lire al litro.

«Divenni temuto nelle gare fra cinquantini su campi come quello della Peroni, doppiando rachitici Aspes Super Sport e insidiando perfino i Ktm 125, Swm 175 con motore Sachs sei marce, l’impronunciabile Husqvarna, Zündapp e così via. Ai semafori i topini si affiancavano con gobba d’ordinanza, sguardo in tralice e sgasata provocatoria. Al verde partiva “la strazzata”. Nei lunghi tracciati (“’a la long’”) invece si assumeva la posizione aerodinamica a pesce e le marce si inserivano direttamente con la mano senza frizione.

«Poscia – continua Luciotto – venne il tempo del più grande motorino della storia: il Tiamonunzia. Dingo Guzzi 49cc Super Special Sport Cross. Linea da moto di truppe di occupazione. Assetto bassissimo stradistico, peso piuma, pneumatici stretti lisci e forcelle anteriori da gru poliomelitica che gemevano orribilmente, posteriori corte da lesione, incapaci di reggere anche il dislivello di un foglio di “Le Ore”. Una “entrata in coppia” velistica, sul maestrale, che lo faceva decollare oltre i 100 Km/h con perdita totale di controllo, salvo doti funamboliche. Ma dal concessionario lo acquistai usato, a 60.000 lire, per un motivo solo: al centro del serbatoio, dipinto a olio a mano con certosina perizia, aveva uno stupefacente cuore trafitto sanguinolento, tipo quadro di santi, con la scritta “Ti amo Nunzia”. Volli rimarcare il suo aspetto incollando sui lati del serbatoio un San Nicola e l’adesivo Batida de Coco con pappagallo multicolore. Tuttavia il mio rapporto intimo con Tiamonunzia causò un’ulteriore flessione delle mie quotazioni nello schifatissimo mondo femminile.

«Passai all’inflazionato Vespino 50 Special III serie, quattro marce, verde. Strumento da scippo dei topini. Da loro appresi l’arte dello sculettamento minimalista per attraversare cunicoli strettissimi fra auto in coda. Nonché la pratica dello sputo in corsa. Stanco della sua fiacchezza, e in nome dei Santi Aceto, Geni Universali del Vespino barese, portai il mio Piaggio dal meccanico Tonino di via Signorile: 75cc con marmitta sprint Pinasco pitonesca. Poi lo drogai a 90cc, Polini, progettando il 181cc “alien”. Col Vespino-Frankenstein, battezzato “l’Aeroplano”, venni fermato dalla Stradale. Esaminarono il carburatore a testa di molosso, udirono il rombo da Boeing 747. Ma letto il numero di matricola, unica cosa non contraffatta, mi lasciarono libero.

«Fra rudi Motom, Itom, orridi Gitan, Beta squallor, Morini 3.5, Benelli 50 e 200, Ossa 250 Trial, MV Agusta, scelsi lo spartano V35. Proprio Guzzi, volto sioux dipinto bianco e rosso, mi ritrovai senza volerlo a capeggiare, assieme a delinquentoni terrificanti su Kawasaki 750 e Laverda 1000 truccatissime, il gigantesco corteo di moto per il Bari in A del 1985. Cotesti messeri, baffuti e imponimentosi, facevano cenni di intesa sul percorso a me e all’amico assai stolto che mi portavo in sella. Comprai poi un’Honda, Kawasaki 440, Suzuki 750, Honda 500. Ma questa, o lettori della “Gazzetta”, per me non è più vera storia».

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