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Hiroshima - Il "giallo" della Certosa

Dopo un (presunto) scoop della Rai del 1962, per oltre 40 anni qualcuno ha cercato nella clausura di un monastero in Calabria il pilota che sganciò la Bomba...
Certosa Serra San Bruno (Calabria) Quarantacinque chilometri a sud est di Vibo Valentia - nel cuore della Calabria - sorge il grande complesso monastico di Serra San Bruno. Un misterioso "filo rosso" lega la Certosa - edificata nel luogo in cui nel 1101 finì i suoi giorni san Bruno di Colonia, fondatore dei Certosini - e la tragedia nucleare di Hiroshima del 1945, di cui lunedì 6 agosto ricorre il 65° anniversario.

Oltre duecentomila vittime
Il bombardiere B-29 "Enola Gay" sganciò la "Little boy" («ragazzino») alle ore 8,16 del mattino sulla città giapponese, sprigionando una potenza distruttiva pari a 15mila tonnellate di "tnt" (trinitrotoluene). Era il coronamento del progetto "Manhattan" - la fabbricazione della bomba atomica - condotto nei laboratori militari di Los Alamos (New Mexico - Stati Uniti).
Poco dopo le 11 del mattino del 9 agosto successivo, l'equipaggio di un altro B-29 - il "Bock's Car" - rase al suolo Nagasaki con la "Fat Man" («uomo grasso»), ordigno dalla forza esplosiva equivalente a 21mila tonnellate di "tnt".
L'equazione del fisico Albert Einstein (E=mc²: energia = massa per velocità della luce nel vuoto al quadrato) aveva concesso all'esercito statunitense il suo tragico bis. Hiroshima - Bomba atomica
Il 15 agosto il Giappone dichiarò la resa, e la sigla dei trattati da parte dei capi militari delle potenze mondiali a bordo della corazzata "Missouri", nella baia di Tokyo il 2 settembre successivo, pose fine alla 2ª guerra mondiale.
Il calcolo delle vittime nelle due città è a tutt'oggi approssimativo (oltre 200mila persone), perché oltre alle morti istantanee negli anni si sono registrati vari decessi per effetto delle radiazioni.

I certosini fra clausura e clamore
In tutto il pianeta esistono attualmente solo 17 monasteri maschili dell'Ordine Certosino.
Monaco certosino Sono considerate le comunità monastiche cattoliche più austere del mondo, con regole di vita improntate ad obbedienza, stabilità, silenzio e conversione dei costumi, con prove molto severe per i novizi, prima che possano prendere i voti definitivi. I monaci certosini possono distinguersi in Padri del Chiostro, che conducono vita solitaria e sono dediti perennemente alla preghiera ed alla contemplazione, ed i Fratelli conversi, che si occupano anche delle faccende domestiche dei monasteri. La loro vita quotidiana è scandita ad orari fissi fra orazioni, celebrazioni, pasti (spesso reclusi nelle proprie "celle"), lavori e canto liturgico rigorosamente secondo i canoni di epoca alto-medioevale del Gregoriano.
Una "voce" diffusa dallo scrittore calabrese Sharo Gambino fece catapultare un "inviato speciale" della Rai nel 1962 fra i boschi calabresi. Il risultato lo ricorda in un suo reportage il giornalista e scrittore barese Vito Maurogiovanni: i monaci - autocostretti alla clausura e per nulla felici di ricevere visite indesiderate alla loro porta - dovettero esporre all'ingresso della Certosa il cartello con la seguente scritta: «Nella Certosa non c'è il pilota di Hiroshima. Non disturbate la quiete del convento. Il pilota del bombardamento atomico non c'è».

Un "giallo" durato decine di anni
Forse il cartello ha ridotto negli anni il numero di scampanellate alla portineria dei monaci, ma non acquietò più di tanto i ricercatori ed i curiosi più accaniti. Certo, l'ipotesi che il pilota dell'«Enola Gay» si fosse pentito e ridotto alla clausura più rigida dopo aver distrutto un'intera città era davvero accattivante.
Sulla base dei racconti postumi, entriamo nella cabina di pilotaggio del bombardiere: il colonnello Paul Tibbets è il comandante dell'aereo e della missione, il capitano Robert Lewis è il suo copilota. Dopo l'esplosione e l'ascesa del «fungo» di polvere gialla, Lewis osserva con il binocolo e più tardi scriverà nel suo diario: «Mio Dio, che cosa abbiamo fatto!». Lewis è morto nel 1983 a 66 anni e non risulta mai aver intrapreso la vita religiosa.
Tibbets è stato poi ancor più «duro». Classe 1915, dopo il congedo nel '66 proprietario di varie società aeree private, ha dichiarato più volte di «aver fatto la cosa giusta, secondo gli ordini ricevuti, e di aver così evitato maggiori perdite di vite umane».
Ma allora, dopo Hiroshima chi venne in clausura nel Sud Italia?

Un epitaffio sul web
La Diocesi cattolica di Spokane (Stato di Washington, zona nord ovest degli Stati Uniti) ha pubblicato in Rete un lungo necrologio in memoria di un gesuita - padre Tony Lehmann - originario dell'Illinois e divorato dalla leucemia all'età di 73 anni nel 2001. Hiroshima - Padre Tony Lehmann
Orfano di madre a 5 anni, dopo il diploma superiore lasciò 3 fratelli e 3 sorelle per arruolarsi nell'esercito statunitense. Dopo la fine della guerra, visitò di persona per servizio Hiroshima e «fu testimone della devastazione causata dalla bomba atomica» recita il suo epitaffio. Congedato, si laureò in Filosofia nel 1952 per poi «arruolarsi» nei Certosini. Ordinato sacerdote nel '59, per 10 anni visse nei monasteri dell'Ordine di Pisa e - guarda guarda - in Calabria. Qui deve aver narrato ai con fratelli gli orrori di cui fu testimone. Quindi, sì un testimone degli orrori del primo bombardamento nucleare della Storia, ma non il suo artefice.
Poi venne la scelta di passare ai Gesuiti, per finire i suoi giorni come cappellano degli studenti dell'università «Gonzaga» di Spokane.

«The end»
L'esperienza di meditazione e clausura di una Certosa è stata testimoniata al grande pubblico dal documentario di Philip Gröning "Il grande silenzio" (2005), girato nella Grande Chartreuse (la casa madre dell'Ordine, a nord di Grenoble in Francia): 164 minuti di film "muto", il cui sonoro è costituito solo dai rumori di sottofondo o dai canti-preghiere negli scranni.
Nel caso di padre Lehmann, giusto una «camera incubatrice» dalla quale poi far sbocciare un testimone di pace per i giovani studenti di un'università del nord ovest dell'America.

Armando Fizzarotti

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