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Fosse Ardeatine pugliese racconta: «Così mi salvai»

di VITO ANTONIO LEUZZI
BARI - «Mi sono salvato per un caso fortuito dalle Fosse Ardeatine, dopo l’attentato di via Rasella», confida Alfonso Garzia, 85 anni, salentino che vive oramai a Bari da tempo. Negli anni ‘60 aveva mandato a giornali e alla Rai la sua testimonianza, senza nessuna eco («La Gazzetta del Mezzogiorno» gli pubblicò la lettera con il racconto della sua vicenda). Ora - che l’interesse su questa pagina di storia si è fatta più attenta - Garzia torna a testimoniare con più forza. (Il presidente Napolitano lo scorso 25 aprile)
Fosse Ardeatine pugliese racconta: «Così mi salvai»
di Vito Antonio Leuzzi

BARI - «Mi sono salvato per un caso fortuito dalle Fosse Ardeatine, dopo l’attentato di via Rasella», confida Alfonso Garzia, 85 anni, salentino che vive oramai a Bari da tempo. Negli anni ‘60 aveva mandato a giornali e alla Rai la sua testimonianza, senza nessuna eco («La Gazzetta del Mezzogiorno» gli pubblicò la lettera con il racconto della sua vicenda). Ora - che l’interesse su questa pagina di storia si è fatta più attenta - Garzia torna a testimoniare con più forza.

A quanto pare, la vicenda dei «martiri delle Fosse Ardeatine», uno dei più orrendi massacri compiuti dai nazisti in Italia, presenta aspetti ancora poco conosciuti, a distanza di tanti anni.

23 marzo 1944. In una casa romana in via Boccaccio, angolo via Rasella, una intera famiglia di emigrati pugliesi visse momenti di terrore e di angoscia dopo l’attentato compiuto da un nucleo della resistenza romana contro un plotone di militari tedeschi che fu decimato dallo scoppio di una carica di tritolo sistemata in un carretto per la raccolta delle immondizie. La rabbiosa reazione nazista si concentrò contro quella casa prospiciente via Rasella sospettando che in quel palazzo fossero rinchiusi gli attentatori. I tedeschi lanciarono bombe a mano, mitragliarono l’edificio, costringendo uomini donne e bambini a lasciare le abitazioni con la minaccia delle armi.

Gli uomini furono selvaggiamente picchiati. Tra questi c’erano Ferruccio Caputo e Alfonso Garzia, giovanissimi militari sbandati dopo l’armistizio, entrambi originari di Melissano (provincia di Lecce), che si trovavano presso la famiglia Troisi, emigrata dal Salento e residente appunto in via Boccaccio. Dai tedeschi fu prelevato anche un altro coinquilino, Guido Volponi, originario di un piccolo paese delle Marche. Tutti furono trascinati in una vicina piazzetta per essere fucilati. «Ci portarono nella piazzetta - dice Garzia -, ci massacrarono di botte. Anche i fascisti ci colpivano battendoci con le bombe a mano. Ferruccio ebbe tutto il labbro lacerato. Mentre si preparavano a fucilarci - aggiunge - intervenne un funzionario di un vicino commissariato e indusse i nazisti a trasferire i rastrellati nei sotterranei della prigione del ministero dell’Interno. Lì finii anche io».

Il giorno successivo 24 marzo, dopo una notte di interrogatori e pestaggi, Ferruccio Caputo e Guido Volponi furono prelevati e trasferiti dal Viminale alle Fosse Ardeatine assieme ad altri 333 innocenti.

E Alfonso Garzia? «Scampai al massacro - confida - per la distrazione di un ufficiale che non inserì il mio nome nella lista degli arrestati al momento del nostro trasferimento da via Rasella al Viminale, quindi fui rilasciato, dopo alcuni accertamenti, dopo della strage».

Garzia aveva allora 19 anni. Oggi, ottantacinquenne, racconta con estrema lucidità quella tremenda esperienza di cui porta ancora addosso i segni (fu, infatti, ferito di striscio alla testa nel corso del mitragliamento della casa): «Appena aperto il portone, una moltitudine di militari tedeschi e anche italiani armati si scagliò contro di noi colpendoci con le armi che avevano in pugno, sul viso, sulla testa, sulla schiena e in tutte le parti del corpo e gridandoci: “banditi”. Ci martellarono di colpi. Malconci come eravamo fummo fotografati a lungo da ufficiali delle SS, quindi ci sospinsero in fila indiana e con le mani alzate, ci fecero percorrere tutta via Rasella sino a via quattro Fontane… La brutale storia di quell’episodio di guerra è impressa con un marchio di fuoco sulla mia carne e più ancora nel mio animo… Il mio pensiero oggi, va a tutti quegli sventurati che furono privati della loro vita con ferocia umana inaudita e in particolare al mio concittadino e compagno di scuola Ferruccio Caputo, stroncato nel pieno vigore della sua giovinezza».

In tutti questi anni Alfonso Garzia - l’abbiamo già detto - non si è stacato di sollecitare l’attenzione su quell’eccidio, inviando lettere ai giornali, alla Rai (e anche agli amministratori di Melissano per mantenere vivo il ricordo dell’amico Caputo). Tra i martiri delle Ardeatine morirono ben 15 pugliesi, emigrati a Roma negli anni Venti: Gioacchino Gesmundo, professore di filosofia, don Pietro Pappagallo, sacerdote (entrambi di Terlizzi); gli ufficiali Antonio Pisino di Maglie, Federico Carola di Lecce - arrestato e fucilato assieme al fratello Mario, nato a Gaeta -, Antonio Ayroldi di Ostuni e Manfredi Azzarita, figlio di molfettesi; Umberto Bucci e suo figlio Bruno di Lucera, Giuseppe Lotti e Vincenzo Saccottelli, artigiani di Andria, Teodato Albanese avvocato di Cerignola, Gaetano La Vecchia ebanista di Barletta e Nicola Ugo Stame, tenore lirico di Foggia,

Oltre i 15 pugliesi bisogna considerare anche Ugo De Carolis, nato a Caivano (Napoli) ma di famiglia pugliese, maggiore dei carabinieri, Medaglia d’oro al valor militare, al quale sono intitolate la Caserma dei Carabinieri e una scuola media a Taranto, oltre la Scuola ufficiali di Roma.

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