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Bari, tangenti in cambio di libertà: altri guai per l'ex giudice De Benedictis

La Dda di Bari chiede rinvio a giudizio per l’inchiesta «Grande Carro»: in due uscirono pagando una tangente all’ex gip

«Scarcerate De Benedictis e Chiariello»

BARI - Dall’elenco dei difensori di fiducia è (ovviamente) sparito il nome di Giancarlo Chiariello, l’avvocato barese arrestato il 24 aprile per aver pagato tangenti al gip Giuseppe De Benedictis. Perché almeno due suoi clienti, liberati dall’ormai ex giudice in cambio di soldi, erano coinvolti nell’operazione «Grande Carro, quella sulle infiltrazioni dei clan foggiani nel sistema dei fondi europei per l’agricoltura. Una maxi-indagine per cui la Dda di Bari, con le pm Lidia Giorgio e Bruna Manganelli, ha chiesto ieri il rinvio a giudizio. Sono 41 gli imputati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, favoreggiamento della mafia, intestazioni fittizie di beni, riciclaggio, estorsioni, corruzione, truffa aggravata all’Unione europea e alla Regione Puglia, armi corruzione e riciclaggio, che il 1° luglio dovranno presentarsi davanti al gup Anna Perrelli.

L’inchiesta su Chiariello e De Benedictis si incrocia con quella dei carabinieri che ha scoperto come imprenditori vicini al clan Sinesi-Francavilla Foggia avrebbero messo le mani su almeno 24 milioni di fondi europei per l’agricoltura. È stato l’ex gip De Benedictis, a ottobre 2020, a concedere le 48 misure cautelari (tra carcere e domiciliari) chieste dalla Dda di Bari. Ma secondo la Procura di Lecce, un mese dopo De Benedictis avrebbe ricevuto 5mila euro in un bar vicino al Tribunale di Bari in cambio della scarcerazione di un avvocato di Foggia, Pio Michele Gianquitto, apparentemente inconsapevole dell’accordo corruttivo. Nello stesso fascicolo il gip avrebbe favorito un altro cliente di Chiariello, l’imprenditore Antonio Ippedico, scarcerato e messo ai domiciliari per motivi di salute in cambio di 5.500 euro: proprio quelli trovati addosso al giudice il 9 aprile, il giorno della perquisizione. Ippedico nel frattempo è tornato in carcere a Bari.

Le indagini dei carabinieri hanno documentato gli incontri di De Benedictis con un altro imputato di «Grande Carro, l’agronomo Manlio Livio Cassandro, anche lui finito in carcere e poi rimesso in libertà dal Riesame per un difetto motivazionale dell’ordinanza. I militari hanno pedinato e fotografato il professionista durante un incontro con il giudice, il 7 febbraio, nella masseria di Altamura di Franco Acquaviva, l’amico del giudice: l’ex carabiniere chiedeva a Cassandro consigli per le sue pratiche di finanziamento con la Regione. Il gip di Lecce, Giulia Proto, ha riconosciuto la necessità di intercettare il telefono e mettere le microspie nell’auto dell’agronomo, a fronte dell’ipotesi che durante l’incontro potesse andare in scena «un “ritorno” della illecita mediazione svolta in tal caso da Acquaviva in favore di Cassandro presso il giudice De Benedictis». I carabinieri hanno documentato il passaggio di mano di alcuni «cartoni per la pizza», caricati nell’auto del magistrato.
L’inchiesta della Dda di Bari, nata a seguito delle segnalazioni dell’Olaf (l’antifrode di Bruxelles), ruota intorno agli interessi dei fratelli Donato e Franco Delli Carri, 51 e 48 anni (in carcere a Voghera e Nuoro): utilizzando dichiarazioni false e grazie anche a dipendenti regionali compiacenti avrebbero ottenuto dalla Regione finanziamenti per 16 milioni di euro destinati ad imprese agricole ritenute a loro riconducibili. Donato Delli Carri è il killer di Giovanni Panunzio, l’imprenditore ucciso nel 1992 per essersi ribellato al racket.

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