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L'intervista

Depositi nucleari in Puglia e Basilicata: «Criteri da rivedere»

Il prof. Spinelli: «Scelte fatte per la bassa e media attività, ma lì ci andrà anche l’alta»

scorie nucleari

Il prof. Paolo Spinelli, già docente di Fisica Nucleare e Subnucleare dell’Università di Bari è uno dei (pochi) pugliesi che ha approfondito davvero la problematica dei rifiuti, che emettono radiazioni alfa, beta e gamma, che la Sogin potrebbe stoccare in uno dei 17 siti di Puglia e Basilicata individuati (sui 67 dello Stivale). E, a parer suo, i criteri applicati per la quella localizzazione sono da rivedere.

Professore, che ne pensa dei depositi nucleari in Puglia e Basilicata?
«Sto esaminando la documentazione prodotta dalla Sogin a corredo della mappa dei siti potenzialmente idonei in cui viene illustrata la vasta problematica sul Deposito Nazionale e posso affermare che l’Università di Bari può contare in questo contesto su specifiche competenze presenti nel dipartimento di Fisica in cui è integrato l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, e in quelli di Scienze della Terra, Chimica, come pure su tutti gli aspetti giuridici, sanitari, agronomici, e socio-economici relativi alle problematiche del deposito».

Lo dice in un’ottica di analisi della mappa dei siti idonei per costruire i depositi nucleari o come competenze utili a costruire una risposta di diniego delle comunità?
«Circa la mappa dei siti idonei, i criteri usati sono dedotti dalla Guida 29 di Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale è un ente pubblico vigilato dal ministero dell’Ambiente; ndr). Però segnalo subito che qui nasce un’incongruenza relativamente ai rifiuti ad alta attività che verranno immagazzinati nello stesso deposito progettato su linee guida per la bassa e media attività e che non contemplavano la presenza di queste particolari scorie».

Ci spiega cosa sono e perché sono così importanti questi rifiuti alta attività?
«Perché sono rifiuti che sono essenzialmente provenienti dalla dismissione delle centrali nucleari italiane e hanno altissima attività (sarebbe la radioattività per capirci), ed elevate vite medie. Cioè, affinché si riduca loro attività a valori compatibili con la radioattività ambientale, ci vogliono tempi enormemente lunghi. Prendiamo per esempio il plutonio: la sua attività si riduce del 63% dopo 24 mila anni e del 98% dopo circa 100 mila anni».

E i criteri per individuare siti per conservare in sicurezza questo materiale, sono contemplati nella mappa dei cosiddetti «siti idonei»?
«Non direi, perché la mappa è stata costruita su criteri relativi alla custodia di rifiuti di attività molto bassa, bassa e in parte media. Cioè scorie che richiedono accorgimenti molto diversi da quelli necessari per i rifiuti ad alta attività. Faccio anche notare che questi rifiuti sono inseriti in contenitori sigillati che emanano calore. Infatti, una quantità non trascurabile del calore prodotto da essi riesce ad attraversare le loro pareti che si mantengono calde».

E nello schema reso pubblico da Sogin, cosa c’è scritto al riguardo?
«La Sogin ha inserito nel suo sito alcune migliaia di pagine riguardo il progetto preliminare e la carta Cnapi: documenti che impegnano un Giga di memoria, e certamente ci vuole un tempo superiore a 60 giorni per studiarlo e, tanto più, per fare le osservazioni che si richiedono alle comunità destinatarie. Ci vuole, ritengo, un team interdisciplinare di esperti. Con 403 file, molti con centinaia di pagine, però, Sogin non ha potuto illustrare in maniera specifica tutti i provvedimenti di sicurezza adottati, perché quello reso pubblico è un progetto preliminare. La Sogin in questi documenti elenca tutte le procedure e le cautele, ma senza entrare in dettaglio e lo dice chiaramente».

E allora come si fanno a fare le osservazioni?
«Se si vuole eccepire, lo si potrà fare, ma senza poter essere incisivi, solo su aspetti generali e di massima, non certamente su specifici aspetti progettuali che non sono ancora definiti. Elemento di stranezza: qualche documento sembrerebbe pure di fonte estera, è in inglese. L’osservazione più importante è che abbiamo ora una mappa di siti potenzialmente idonei, stabilita con criteri che non contemplano la presenza di questi ospiti altamente radioattivi. Per rendere i criteri congrui con la custodia in sicurezza di questi rifiuti, in una struttura integrata in quella che ospita i 90.000 metri cubi di tutti gli altri, essi dovrebbero essere radicalmente ridefiniti e resi, come minimo, molto più stringenti. Nasce quindi un serio problema giuridico. I decisori politici locali, e quindi i cittadini, dovrebbero esserne consapevoli e sostenerne la necessità, prima di pronunciarsi; piuttosto che ripiegare sulla tattica del “non a casa mia”, impraticabile e soprattutto eticamente inopportuna in uno Stato nazionale. Questa incongruenza è così manifesta e non aggirabile per cui non deve destar meraviglia che la Sogin ribalti il paradigma procedurale precisando che il progetto preliminare del deposito nucleare temporaneo per l’alta attività “è stato sviluppato ma senza tener conto di vincoli imposti dalle caratteristiche del sito che lo ospiterà perché non ancora individuato. Il progetto definitivo sarà invece sviluppato tenendo conto delle caratteristiche e dello spazio disponibile nel sito destinato ad ospitare il Deposito Nazionale-Parco Tecnologico”. Cioè, se poi scoprono che il sito individuato secondo i criteri per la bassa e media attività non sono applicabili alla alta attività che cosa accadrà? Si tornerà indietro? Si ricomincia?».

Per questo deposito per l’alta attività, la legge ha previsto una collocazione solo «temporanea», giusto?
«Il decreto parla di deposito temporaneo, rinviando a tempo indeterminato quello geologico. La Sogin, progettando una struttura apposita per l’alta attività, integrata nel deposito per la bassa attività, “traduce” questo tempo in al più 50 anni».

Perché 50 anni?
«Essa stessa dichiara che questa struttura (compresi i manufatti) è stata progettata per lo stoccaggio dei rifiuti per un tempo di 50 anni. Posso immaginare che, siccome ogni tanto affiora il problema che i contenitori modulari (cask) hanno una durata limitata di esercizio, quello potrebbe essere un motivo ulteriore».

Ci spiega meglio?
«Sa perché la Coca Cola scade? Uno dei motivi è che la CO2 filtra attraverso il materiale (PET) della bottiglia e, dopo il numero di anni in etichetta, non è più gasata come prima».

E quindi?
«Questi cask sono pressurizzati, sono in metallo molto resistente e hanno grossi coperchi con guarnizioni anch’esse metalliche, non di gomma. Pertanto possono deteriorarsi e, quindi, non assicurano una tenuta per moltissimo tempo. Dopo un certo numero di anni, non sono più affidabili e la Sogin non nasconde il problema, perciò limita cautelativamente anche per questo motivo a 50 anni il tempo dell’immagazzinamento».

A quel punto cosa accadrebbe?
«In presenza di anomalie di funzionamento bisognerebbe cambiarli».

Premesso che l’80% dell’alta attività italiana sta in Piemonte. Se si dovesse decidere per il Sud Italia, per la Puglia o la Basilicata, come avverrebbero i trasporti?
«Loro lo dicono in maniera generica, non so quanto su gomma e quanto su treno. Ma un fatto è certo: per trasportare 75mila metri cubi di scorie nel deposito che sta in Nuovo Messico, inserito in una conformazione salina a 600 mt di profondità, hanno impiegato 10 anni e 9.200 trasporti. Nel nostro caso si tratta di 90.000 metri cubi. Va inoltre precisato che una struttura di superficie per l’alta attività è davvero complessa e vasta quanto una cattedrale. Non è un sarcofago sigillato con lapide esterna e luce votiva, ma una struttura che va costantemente monitorata e manutenuta. Deve essere ipo-pressurizzata, ovvero con una pressione interna inferiore all’esterna. Una struttura progettata davvero bene perché, se ci fossero delle fughe gassose radioattive, si deve evitare che queste vengano espulse nell’ambiente esterno. Ovviamente, non ci devono essere blackout e, quindi, credo ci vorrà un sistema di alimentazione elettrica particolarmente affidabile opportunamente progettato. In più, l’aria espulsa dal sistema di circolazione interno deve essere filtrata, per evitare eventuali contaminazioni radioattive. Fare osservazioni su tutti questi accorgimenti è però compito anche di ingeneri nucleari, ma soltanto quando saranno pronti i dettagli progettuali di questa struttura. A beneficio della popolazione e del decisore politico, sia chiaro che non sono semplici capannoni, sono ambienti che devono essere condizionati dal punto di vista delle temperature e dell’umidità. Poi ci sono altri standard internazionali, come che siano a prova di caduta di un aereo e con vigilanza H24 su tutti i parametri d’esercizio».

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