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BARI - L'annunciato Benigni- Garrone Day al Bifest 2020 è oggi. La proiezione del loro ultimo Pinocchio in ordine di tempo è alle 20 nell’Arena del Castello Svevo, mentre i premi a Matteo Garrone e Paolo del Brocco, come produttori del film, e a Roberto Benigni come protagonista nei panni stavolta di Geppetto, quindi al costumista Massimo Cantini Parrini e all’attore Claudio Segaluscio saranno assegnati alle 20.30 nell’Arena di Piazza Prefettura. Un’occasione in più per dare, come è giusto che sia, a Garrone ciò che è di Garrone e a Benigni ciò che è di Benigni proprio rispetto allo stesso Collodi. Non a caso è nel rispetto di Collodi che Garrone si è comportato con il libro Le avventure di Pinocchio. Cioè esattamente come un «figurinaio» all’antica. E non per modo di dire, essendo lui anche un pittore oltre che un regista. Insomma, Garrone con la complicità di Benigni ha scelto di tornare indietro nel tempo, agli ultimi due decenni dell’Ottocento, mettendo insieme la storia di Collodi con le figure di Enrico Mazzanti e con le sue di regista-pittore di cinema, ottenendo in questo senso un risultato in tutti i sensi molto «originale».

Sappiamo però che la sorte dei vecchi «figurinai» era segnata. Non per niente quando parliamo di loro non ci riferiamo a tutti gli illustratori di libri per l’infanzia, come scrive Antonio Faeti, ma solo a quelli che attingevano a piene mani al bagaglio popolare offrendo ai lettori materiale da guardare e non soltanto leggere, ricco di simboli provenienti dalle stampe religiose. Ovviamente il classico letterario Le avventure di Pinocchio di illustratori ne ha avuti tantissimi, fino ai giorni nostri, da quelle straordinarie di Leo Mattioli del 1954 alle altrettanto belle di Lorenzo Mattotti del 2019 (che aveva già collaborato nel 2012 al film d’animazione Pinocchio di Enzo D’Alò). Ma il regista di questo nuovissimo Pinocchio, indos - sando i panni del figurinaio di una volta, ha certamente pensato a Mazzanti o anche ad un altro illustratore che ha fornito al libro di Collodi trent’anni dopo un nuovo e prezioso apparato di disegni, Attilio Mussino, in un’edizione datata 1911. Ma che fine hanno quindi fatto i figurinai? E perché quando parliamo di loro li chiamiamo «veri», «primi», «vecchi», apposta per distinguerli dagli illustratori odierni? Le risposte a queste due domande sono contenute nel più famoso Pinocchio ci - nematografico, il film d’animazio - ne di Walt Disney del 1940. È il cinema infatti che si sostituisce ben presto al lavoro dei figurinai. Sono i film a invadere il territorio che apparteneva ai figurinai. Abbiamo citato poc’anzi i disegni di Mussino del 1911 perché in quello stesso anno esce in sala in Italia Pinocchio, un mediometraggio della durata di poco più di quaranta minuti diretto da Giulio Antamoro, antesignano dei tanti successivi, fino a quello direttamente di Benigni di quasi vent’anni fa e l’odierno di Garrone.

Potremmo quindi considerare, un po’ per gioco, il 1911 l’an - no ufficiale in cui la palla passa dall’arte un po’ sottovalutata dei figurinai a quella del cinema. E naturalmente il 1940 l’anno in cui con il lungometraggio animato Pinocchio dà definitivamente il colpo di grazia alle immagini create dai figurinai, condannati così a scomparire. Matteo Garrone, quindi ha in mente un Pinocchio al quale far fare una bella «figura». Così riporta indietro le lancette dell’oro - logio e ci costringe, o per meglio dire ci convince, a mollare per un istante i tanti Pinocchio visti al cinema e in televisione, specialmente quelli a cartoni animati, primo tra tutti il Pinocchio della Disney. E lo fa per invitarci a far ritorno alle «origini», molto più di quanto non sia accaduto in passato sul grande e sul piccolo schermo. Garrone desidera, da buon lettore e ammiratore dei figurinai, a tornare a Le avventure di Pinocchio, alla sua trama, e alle prime immagini che l’hanno corredata tenendo ben presente il mondo popolare così come si esprimeva allora nelle piazze, nelle campagne, tra gente umile tra l’Ottocento e il Novecento.

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