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«Don» Antonio Matarrese, impresa, politica e calcio: il giro del mondo in 80 anni

Ottant’anni tra impresa, calcio e politica, l'imprenditore barese si racconta alla Gazzetta

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Ottant’anni tra impresa, calcio e politica. Antonio Matarrese, deputato della Dc per cinque legislature, poi presidente della Lega, della Figc, vicepresidente della Uefa e della Fifa si racconta alla Gazzetta del Mezzogiorno.

Che Puglia era quella nella quale è iniziato il suo percorso di impegno pubblico negli anni settanta?
«Era una Puglia che si vantava di avere una classe di imprenditori eccellenti e coraggiosi con amministratori locali e uomini politici rappresentanti il Governo Nazionale con i quali vi era un rapporto di rispetto e fiducia. E la Puglia cresceva».

I primi passi nell’azienda di famiglia…
«L’azienda di famiglia che faceva capo al suo fondatore mio padre Salvatore, cresceva anch’essa con la fattiva ed esaltante partecipazione dei miei primi due fratelli ingegnere Michele, Vincenzo e successivamente con l’ingresso dell’ingegnere Amato. Il mio impegno fu quello di mettere in pratica l’esperienza di dottore commercialista acquisita in un grande studio di Roma; la ditta individuale veniva trasformata in Società per Azioni tra i fratelli».

Nacque allora l’appellativo di «Kennedy» di Puglia.
«Era indubbiamente esagerato ma inorgogliva noi tutti e credo anche buona parte della Puglia».

La politica: come nasce la prima candidatura?
«Nel marzo del 1976 l’allora presidente Aldo Moro chiese a mio padre di mettere in lista uno dei figli per sostenere l’allora partito della Democrazia Cristiana. Fui scelto io per la mia specifica predisposizione alle pubbliche relazioni. Con la prima candidatura fui eletto tra i primi della lista. Se c’è il mio nome devo vincere, disse allora mio padre».

Il suo rapporto con il presidente Giulio Andreotti?
«Con la morte di Moro la mia collocazione fu vicina al presidente Andreotti ma soprattutto perché era un grande tifoso di calcio e soprattutto della Roma. In quel periodo ero presidente della Lega Calcio. Ad Andreotti feci la mia prima telefonata appena eletto presidente della Lega il 10 marzo 1982, il suo commento: “è una buona cosa”».

Cosa rimpiange della Prima Repubblica?
«La grande saggezza e coscienza politica frutto di grandi battaglie che partivano dal dopoguerra. L’Italia è diventata grande grazie e quegli uomini tra i quali qualcuno ha dato anche la vita».

Rilevò nel 1977 il Bari del professor Angelo De Palo.
«Nell’estate del 1977 ero in vacanza con la mia famiglia e sentii alla radio che era morto il prof. De Palo: dissi a me stesso chissà che fine farà ora il calcio a Bari. Dopo alcuni mesi con al braccio la signora De Palo attraversavamo il terreno di gioco con lo stadio Della Vittoria pieno ed i tifosi in piedi e noi ci dicemmo che ci tremavano le gambe».

La sua presidenza è negli annali per il «Bari dei Baresi» e per il calcio avanguardistico di Enrico Catuzzi. Che ricordi conserva di quel periodo?
«Catuzzi è una figura incancellabile nella mia storia calcistica e in tutta quella della società del Bari Calcio. Aveva semplicità e correttezza e era dotato soprattutto di una serenità che ha fatto di lui uno dei nostri migliori allenatori della nostra storia biancorossa».

Senza la vicenda di Punta Perotti, la sua famiglia avrebbe proseguito a gestire il club?
«Noi tutti e soprattutto mio fratello Vincenzo avevamo puntato molto a fare della nostra Bari una delle più grandi città italiane. L’abbattimento di Punta Perotti ha demolito i nostri sogni e ha procurato a mio fratello Vincenzo un grandissimo dolore, che ha contribuito non poco alla sua morte».

Chi ha commesso errori che non perdona sulla vicenda dell’abbattimento?
«La storia di Punta Perotti ormai la conoscono tutti ed anche in tutta l’Italia. Il libro su Punta Perotti scritto da mio fratello Michele chiarisce ampiamente e dà le giuste spiegazioni. Tutti quelli che hanno agito e si sono esaltati sulla tragedia della nostra famiglia e in gran parte della città di Bari si facciano un proprio esame di coscienza e si diano le dovute risposte. Ciò non toglie che forse anche noi ci siamo trovati impreparati di fronte a questi tremendi avvenimenti».

È stato tra deus ex machina dei mondiali di Italia 90. Se Italia-Argentina non fosse stata disputata al San Paolo di Napoli, racconteremmo un altro torneo?
«Una operazione esaltante quella di Italia ’90. Ancora oggi se ne parla con rispetto e la gente per strada mi chiede notizie. La sconfitta con la squadra di Maradona - con il quale parecchi napoletani hanno festeggiato - ha lasciato una ferita che ancora oggi non si richiude».

Con quale grande campione ha conservato il rapporto più intenso?
«Con Paolo Rossi con il quale in questi ultimi tempi ho avuto occasione di incontrarmi non per motivi calcistici».

Lo stadio San Nicola di Bari è stato negli anni del suo impegno ai vertici del calcio italiano e mondiale palcoscenico di appuntamenti d’eccezione. Quale fu il più difficile da «portare» in Puglia?
«L’avvenimento più difficile da portare a Bari è stata la finale di Champions e non dimentico la domanda che mi fu rivolta dall’allora direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò: come mai questo tipo di finale che normalmente si gioca nelle più grandi città europee è arrivata a Bari? La mia risposta fu: perché Bari è la mia città».

Nel suo itinerario ha avuto sempre un ruolo centrale la sua famiglia (suo fratello Vincenzo prese il suo posto con determinazione nella presidenza del Bari calcio). Quanto ha contato la coesione della comunità familiare nelle tappe più impegnative?
«La coesione delle comunità familiare contribuisce alla crescita del paese. La nostra coesione è stata un vanto, ora dopo la scomparsa di due dei miei fratelli stiamo lavorando ad un nuovo tipo di coesione nel rispetto e nella tradizione di un grande uomo chiamato Salvatore Matarrese».

Nel Circolo tennis di Bari le sue sfide mattutine con l’amico di sempre Michele Giura sono ricordate un cult. Chi ha vinto l’ultima partita?
«Purtroppo, da parecchi anni, a queste sfide ho dovuto rinunciare con Michele Giura. Ora, lui sta approfittando che non gioco per vincere con gli altri quelle partite che non vinceva con me . Speriamo che non legga queste mie esagerazioni (sorride, ndr)».

I progetti in cantiere per i prossimi cento anni?
«Continuare ad impegnarmi a essere utile per la grande famiglia Matarrese, per il calcio nazionale ed internazionale, per la gente che ancora mi vuole bene e per tutti quelli che quando passano e mi riconoscono mi chiamano don Antonio (spero che mio fratello Vescovo dal cielo mi perdoni)».

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