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La Regione: bonus di posti letto e più soldi. I gestori: non basta. Problemi per il personale: sempre più strutture stanno lasciando a casa i dipendenti

Puglia, le Rsa senza pace «I ricoveri sono bloccati»

BARI - La riapertura dei ricoveri nelle strutture per anziani si sta rivelando più difficile del previsto. L’applicazione delle misure di sicurezza, a partire dal distanziamento ed alla necessità di isolare i casi sospetti, ha portato a una drastica diminuzione dei posti letto utilizzabili, e dunque dei fatturati delle aziende private che le gestiscono. Ecco perché ieri la Regione ha incontrato nuovamente - e per due volte - i rappresentanti di Rsa e centri diurni. Sul tavolo una proposta di delibera firmata dal capo dipartimento Vito Montanaro (potrebbe andare in giunta tra oggi e domani) che prova a riequilibrare la situazione, proponendo dal 1° luglio e per almeno sei mesi un «bonus» del 30% di posti letto in più (in deroga ai requisiti di accreditamento), un ulteriore 30% di posti dal 1° settembre, e altri 5 milioni di euro di budget. Rinviando però ad un momento successivo l’argomento degli indennizzi.

Ma non tutti sono soddisfatti. E questo anche se la Regione, dopo la conclusione dei nuovi accreditamenti (finora appannaggio solo di una minoranza delle circa 500 strutture operanti in Puglia) promette di mettere sul tavolo, a partire dal 2021, altri 70 milioni di euro. Le Rsa pugliesi ospitano non meno di 10mila persone, in gran parte non autosufficienti, e dopo l’emergenza covid stanno vivendo un periodo durissimo. Ieri è emerso, per esempio, un generale ricorso al Fis (il Fondo di integrazione salariale dell’Inps) per fare fronte alla situazione di crisi: ad esempio il centro per anziani Don Guanella di Bari (uno di quelli in cui è stato registrato un focolaio, ora completamente rientrato) ha denunciato la riduzione di un terzo degli ospiti della struttura («anche per decessi causa covid») ed ha chiesto il trattamento ordinario a rotazione per 10 dei 50 dipendenti.
Non è un caso isolato. I gestori denunciano infatti la difficoltà di effettuare nuovi ricoveri, perché la procedura prevede un tampone all’ingresso, poi 14 giorni di isolamento seguiti da un secondo tampone di controllo. Nonostante non ci siano più focolai attivi (da quanto è emerso ieri, non ci sarebbero più nemmeno casi positivi) le Rsa sono tenute ad allestire aree separate per la gestione del covid, oltre a garantire l’utilizzo dei dispositivi di protezione. Dispositivi che le Asl hanno anticipato ma che, è stato ribadito ieri, devono essere pagati.

Il «bonus» di posti letto significa che per almeno sei mesi le strutture otterranno la possibilità di avere un certo numero di pazienti in convenzione, dunque pagati dal sistema sanitario secondo le tariffe previste. Una situazione temporanea, in attesa che venga completato l’iter per i nuovi accreditamenti previsti dalla «riforma» introdotta con i nuovi regolamenti del 2018. Ma il problema dei gestori, che a sua volta si riflette sui pazienti, è dei costi conseguenti all’emergenza: le tariffe attuali - dicono - non consentono di fare fronte alle misure organizzative richieste dall’emergenza covid. E dunque in alcuni casi potrebbe essere più conveniente fermare l’attività o (come molti stanno facendo) non ammettere nuovi pazienti ma tagliare il personale.
«Non siamo soddisfatti», dice Antonio Perruggini di Welfare a Levante, che rappresenta circa 100 strutture. L’associazione ha confermato lo stato di agitazione e per domani ha convocato un sit-in di protesta davanti alla sede della giunta regionale. 

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