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«Il ritmo mi guida ogni giorno»: Gegè Telesforo, lo show con Arbore e il nuovo disco jazz

«La mia vita è tutta un ritmo, timing, orari che si incasellano»

«Il ritmo mi guida ogni giorno»

Tùuu…Tùuu… Buongiorno, ho appuntamento con Eugenio Roberto Antonio Telesforo, nato a Foggia il 14 ottobre del 1961.
«Veramente, così mi chiama soltanto il direttore della banca o l’esattore delle tasse. Sono io, sono qua, Gegè».

Mio Dio, ore 10.30 spaccate di mercoledì 10 giugno, ha risposto all’istante nell’orario concordato.
«Come vede, da bravi meridionali, siamo più precisi dei cronometri di Ginevra. La mia vita è tutta un ritmo, timing, orari che si incasellano. La trasmissione Sound Check su Radio 24, dove propongo musica, qua da casa mia, dove ho sgobbato anche su Il mondo in testa, il mio disco nuovo. Poi alle 15 raggiungo lo studio a casa di Renzo Arbore a Roma per lo Striminzitic Show, su Rai2 in seconda serata, 120 chilometri ogni giorno».

Come sarebbe, va a Roma? So che ci vive, in una villona.
«Sì magari avessi quei soldi. Vivo a Sutri nel Viterbese».

Vede quando uno si affida ai giornalisti per avere primizie? Un collega mi aveva assicurato così. I Servizi deviati sono meno ingannevoli.
«Sto qua, ci campo tranquillo. Poi ho il giardino, che ti cambia la vita e la prospettiva. Ho gli animali, ho il cane Bianca, meticcia buonissima, perché amo le diversità che sono elementi di crescita. Tra l’altro pure io ho un gatto come lei, l’ho visto».

Ah, fesso uguale?
«No, è un trovatello diventato una fiera assassina di topolini, lucertole, serpentelli. Lo trovai con mia figlia Joana, 15 anni, detta “JoJo”, mezza brasiliana, che vive un po’ con me e un po’ con la madre. Lo scorgemmo scostando le frasche con un bastone mentre camminavamo, un esserino».

Tra l’altro i gatti appartengono alla storia del jazz nel cinema. Ricorda gli «Aristogatti» Disney e la loro band?
«Come no, cantavano “Tutti quanti voglion fare il jazz – Alleluia…”. Però il mio Gattuso, come lo battezzammo, all’epoca era solo soletto, non in compagnia come quelli del cartoon».

Solo come lei che, soffrendo della sindrome Arbore, non mette la testa a partito.
«Magari non ho presenze qua in villa, ma ho una compagna architetto, Francesca, che opera come me, che sono Goodwill Ambassador Unicef, per le organizzazioni umanitarie ed è di stanza ad Amman. Sono diventato un po’ giordano facendo su e giù dall’Italia. Non riusciamo a vederci da quattro mesi, a causa di ‘sto casino del coronavirus».

Chissà come ha passato la quarantena. Droghe nulla perché, cosa assurda nel suo ambiente, non ne assume.
«Infatti mantengo in forma i muscoli, peccato per le articolazioni».

E film porno neppure.
«Beh, di questo non sarei così sicuro, dato che lei per primo mi dà titolo di uomo sano e ancora capace di pulsioni. Ho lavorato tanto durante la clausura, contrastando pure i blitz del gatto pianista che mi zompa sulla tastiera mentre sono in diretta radio: buuùm! La musica non la vedo bene. È tutto ancora fermo, la pandemia ha sabotato pure la promozione del mio disco Il mondo in testa. Le popstar hanno ancora un certo ritorno con la vendita dei dischi, noi jazzisti, al pari di altri, avevamo i concerti: fine».

Disco ricco, tra l’altro, nove brani di manifesto esistenziale, con, fra i tanti, Ainé, ossia Arnaldo Santoro, classe ’91, figlio di sua sorella Roberta, voce soul educata e godibile.
«Sì, un talento, ha studiato con me a Los Angeles, poi al Berkeley Institute. Ed è un erede di tradizione. Mio padre Roberto, architetto, alterna il pianoforte al sax tenore. Mia madre Clara in casa ha ascoltato più squilli di trombe che strilli di bambini. I miei ci hanno cresciuto in una casa piena di dischi e tale culto musicale a Foggia è stato celebrato pubblicamente anche durante la pandemia».

In che senso?
«Papà ha approfittato del rito di suonare o cantare dai balconi per scatenarsi con il suo ottone dal sesto piano, Roberta l’ha immortalato in un video e me l’ha mandato. Il jazz univa lui a Renzo, al gruppo foggiano di professionisti e musicisti per hobby. A casa, via Fraccacreta, mi rinchiudevo e studiavo i grandi, gli strumenti, incominciando dalla batteria. Ho avuto una vita non sempre facile in città. Dominava un ambiente funky, se uscivi con 500 lire in tasca non sapevi se e come ti ritiravi. Frequentavo poche persone: mio cugino Roberto, Roberto Cicolella, dell’albergo omonimo, l’oggi comandante Luigi Ippolito, sono cresciuto con un genio come Felice Limosani, celebre artista multidisciplinare. Registravamo improvvisate assurde. Nella Taverna del Gufo ho avuto il battesimo sul palco, con il chitarrista Franco Cerri, ero alla batteria a manco 14 anni. E nello stesso locale festeggiai i diciott’anni, con finale di rissa tra due fratelli che avevo invitato».

La musica è il collante della vostra banda.
«Io vedevo Renzo da bambino con il mio genitore ogni tanto quando tornava a Foggia per fare visita ai suoi. Ma l’intesa che mi vede, assieme a Ugo Porcelli, suo collaboratore principale da 35 anni, avvenne nella Capitale. Mi ero iscritto a economia e commercio».

E so che si fece onore come aspirante traghettatore di clienti nel guado dell’evasione fiscale.
«Sì, eccome. E quanto resi fieri i miei che mi volevano dottore. Non diedi manco un esame bucato, sfasciai pure la Fiat 126 di mia madre in un incidente e mi tuffai nella scena musicale romana, bacchette in mano, e poi nel doppio ruolo, cantando pure. Là io e Renzo ci rincontrammo».

Tanto che ancora oggi duettate su Rai2, con o senza scat.
«L’idea della trasmissione Striminzitic Show che sta andando in onda mi venne in mente al telefono con Arbore dopo il terribile 8 marzo della pandemia. Ma realizzare le puntate è complicato. Infilare, sfilare mascherine e guanti, sanificazione e disinfettanti. Ci destreggiamo con due telecamere, commentando i filmati d’epoca di Renzo, improvvisiamo, è la contemporary old school, tradizione e tecnologia. Tanta tivù assieme, ma anche tanta Orchestra Italiana».

«C’è sempre una pena per il Camminatore, è costretto a separarsi da tutto»: una frase che ci ha dedicato lei dalla penna di Tagore.
«Questo poeta indiano io lo adoro».

Scommetto che fa yoga.
«Azzeccato: dopo colazione, tutti i giorni un’ora, con prosieguo di cacca gigante».

Gulp.
«Beh, è la partenza positiva per completare ogni percorso quotidiano. Comunque ho letto tutto anche di Gibran, Sepùlveda buonanima che ho conosciuto. Durante il Salone del libro di Torino, quando curavo la sezione musica, aspettavamo il taxi ambedue vicino a un grande albergo. Lo riconobbi, per me era come vedere Miles Davis in persona: maestro - gli dissi - sono un cantante jazz, suo ammiratore. E lui: mio figlio si occupa di musica, può telefonarle?».

E un’altra visione la colse anni prima a Minneapolis.
«Prince, mentre registravo nei suoi studi a Paisley Park. Allora vietava a chiunque di chiamarlo col suo nome, per cui non sapevo bene come nominare The Artist. Ti piace ballare?, mi domandò. Così io e Ben Sidran, produttore e musicista, ci ritrovammo nel privè del suo locale Glam Slam, circondati da bellezze nere sensuali mai più viste in natura».

Bene, abbiamo finito, signor Eugenio.
«Eh: e guardi un po’ che ora è».

Le 11.14: trenta secondi all’orario concordato per la chiusura del colloquio.
«Non ci batte nessuno a noi due, vada dagli svizzeri e glielo racconti».

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