Martedì 07 Luglio 2020 | 18:21

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“Il lavoro: se fai qualcosa che ti piace, è una ginnastica; sei fai qualcosa che non ti piace, è una prigione”. Non c’è un grande personaggio della storia del mondo dietro questa frase.

C’è una persona che, con la sua personalissima versione di “fai il lavoro che ti piace e non dovrai lavorare un giorno della tua vita”, dispensa un consiglio, che è anche un augurio.

Quello che questa persona non ha messo in conto, tuttavia, è la quantità di bastoni tra le ruote che le circostanze scelgono di interporre tra te e la realizzazione del tuo obiettivo lavorativo.

Si è già parlato in questa sede, negli scorsi mesi, del difficoltoso travaglio che segue la laurea in medicina in Italia. Tirocini, esame di stato a crocette (ora finalmente eliminato grazie al decreto Cura Italia del 17/3), iscrizione all’albo. Concorso per entrare in specializzazione. Quando entri a medicina ti dicono che dopo il test d’ingresso è tutto in discesa. Certo, se si considera una discesa verso l’inferno costellata di disturbi d’ansia, esami faticosi, professori indifferenti, segreterie incompetenti che ti complicano la vita un giorno sì e l’altro pure.

Si arriva al concorso per le specializzazioni mediche con la speranza di riveder le stelle. Ma questo, nella metà dei casi, non succede. Non succede perché il numero di medici che accede al concorso è, in media, il doppio del numero di posti disponibili. Questo perché, nel corso degli anni, la gestione delle risorse in materia di sanità pubblica è stata a dir poco indecente. Tagli da tutte le parti, lo stato come un Edward Manidiforbice sotto metanfetamina. Eppure questo sistema sanitario nazionale è invidiatissimo. Eppure il nostro è un sistema sanitario di grande misericordia.

Secondo le stime, questo errore di calcolo nella programmazione del numero di specialisti da immettere nel circuito ospedaliero ci porterà al collasso nei prossimi cinque anni.

Forse è il caso di rivalutare un po’ i numeri. Di recente, il ministro Manfredi ha annunciato che, per questo concorso per le scuole di specializzazioni mediche (ssm), saranno disponibili 4200 borse di specializzazione in più. Questo incremento, definito “straordinario”, non risolve il tanto citato “imbuto formativo” neanche da lontano. Il ministro Speranza si è sentito orgoglioso di aver favorito l’aggiunta di queste borse in modo tale che “tanti ragazzi e tante ragazze realizzino il loro sogno”. Ora, parliamoci chiaramente. Togliamoci di dosso la retorica della vocazione. Accantoniamo anche la retorica dell’eroe che tanto ci ha accompagnati in questi mesi di lockdown e che è stata già buttata nel cestino da qualcuno.

Qui non si parla di “ragazzi e ragazze” che vogliono realizzare un sogno. Siamo medici. Giovani, alle prime esperienze, ma sempre medici siamo. Il motivo che ci ha spinti ad intraprendere una delle vie più difficili non è importante. Siamo professionisti, e come tali meritiamo di avere la possibilità di perfezionare la nostra formazione. Tutto il nostro sapere verrà messo a vostra disposizione, ogni giorno, per i prossimi quarant’anni, per curarvi e avere cura di voi. Siamo ai limiti del comico (o tragico?) nel pensare di essere trattati come “ragazzi e ragazze che vogliono realizzare un sogno”. Non è un sogno, è un lavoro, una carriera, una stabilità. L’imbuto formativo lascia fuori (perché no, un imbuto non si riempie) migliaia di persone ogni anno. I camici grigi, che sono quelli che in massa hanno risposto alla “chiamata alle armi” durante l’emergenza e che adesso si ritrovano con misere tutele ed enormi incertezze sul futuro. A queste condizioni non ci stiamo più.

Il movimento è iniziato, grazie all’unione delle principali associazioni studentesche d’Italia, che si sono fatte promotrici degli eventi e hanno divulgato la notizia tramite i loro canali online. Il primo passo è stato fatto grazie ai colleghi laziali, che il 27 maggio hanno pacificamente manifestato in Piazza Montecitorio. Ma la manifestazione continua, sui social e in più piazze d’Italia. Venerdì 29 maggio ci ritroveremo con la mascherina sul volto e con il camice, simbolo della nostra categoria professionale.

Ci muoveremo su Facebook, Instagram, Twitter, ci riconosceremo tramite gli hashtag #unitiperilSSN #mobilitiamociadesso. Questa pandemia ha portato sotto gli occhi dell’opinione pubblica tutte le falle del nostro sistema, che gli addetti ai lavori conoscevano da tempo. Gli specializzandi si sono rivelati la grande carta vincente, lavorando instancabilmente senza i dovuti riconoscimenti, dimostrando che il sistema è perso senza di loro. L’abolizione dell’imbuto formativo oggi porta ad una immissione di nuovi, preparatissimi specialistici nei nostri ospedali tra pochi anni. E’ un investimento nel futuro, un investimento nella vostra salute. Non so voi, ma direi che ne vale la pena.

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