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BARI - BARI «Non ricordavo una serie C rappresentata da tante compagini meridionali di così nobili tradizioni: sarà un torneo imperdibile». Se lo dice Giuseppe Pavone, c’è da credergli sulla parola. Il navigato dirigente barlettano, infatti, non è solo stato l’architetto del Foggia dei miracoli, passato alla storia come Zemanlandia: una squadra che ai primi anni ‘90 dalla C è approdata da protagonista in serie A, sfornando decine di talenti prima ignoti al grande pubblico (gli attaccanti Signori, Baiano e Rambaudi, il centrocampista Di Biagio, i russi Shalimov e Kolyvanov sono solo gli esempi più noti). Pavone, infatti, è transitato pure da Lecce, Fiorentina, Avellino, Salernitana, San Benedetto del Tronto, Manfredonia, la sua Barletta per approdare, nell’ultimo torneo, alla Cavese con cui ha rescisso il vincolo (dopo aver sfiorato da matricola l’accesso ai play off) al termine del campionato. Chissà se ci sarà anche lui ai nastri di partenza della prossima avventura in Lega Pro, ma intanto ne analizza le peculiarità, con un occhio particolare sul Bari: una meta sfiorata, ma mai raggiunta.

Giuseppe Pavone, davvero sarà la C più intrigante di sempre?
«Almeno per quanto concerne il sud, senza dubbio. La sola presenza del Bari darà una visibilità incredibile al torneo: una delle prime sette piazze in Italia, lo stadio San Nicola, un pubblico da numeri imperiosi, insomma una realtà astronomica a questi livelli. Non a caso, la squadra biancorossa non si ritrovava in C da ben 35 anni. Ma attenzione anche ad altre compagini importantissime: Catania ha un bacino d’utenza impressionante, il Catanzaro è sorretto da un progetto ambizioso così come la Reggina, si rivedrà l’Avellino, il Monopoli sta tornando ai livelli più alti della sua storia. Il tutto, in attesa di capire che cosa accadrà al Foggia, ancora in balia delle vicende di giustizia sportiva. Ma soprattutto preoccupa il livello medio: non ci sono squadre materasso, sarà una battaglia in ogni giornata».

In tale abbondanza, non sarebbe meglio suddividere i gironi in modo differente?
«Sarà una riflessione della Lega Pro. Ma una cosa è certa: il raggruppamento meridionale è senz’altro il più dispendioso perché all’alto livello tecnico si aggiunge l’impegno psicologico di reggere tante sfide sentite da tifoserie calde e passionali».

Che ruolo immagina per il Bari?
«Quanto avvenuto al Bari lo scorso anno proprio di questi tempi è stato una disgrazia sportiva difficile da immaginare. Fortunatamente, il club è stato rilevato dalla famiglia De Laurentiis che assicurerà un futuro luminoso. Ecco perché è fondamentale affrontare la C con assoluta convinzione, per vincere subito e non impantanarsi nei meandri di un torneo che non perdona. Il Bari possiede dirigenti e competenze per costruire la squadra favorita in assoluto».

Dica la verità: in tanti anni, è mai stato vicino al club biancorosso?
«Sì, una volta. Recentemente. Non si verificarono le condizioni giuste. Peccato, perché sarebbe stata un’avventura esaltante in una piazza che vive di calcio».

Qual è la giusta formula in C: individualità di spicco oppure gruppo giovane?
«Il cambio di regolamento con l’abolizione tra over ed under renderà il torneo molto più competitivo, agevolando le compagini con disponibilità di investimento. I calciatori forti fanno sempre la differenza, ma le squadre vincenti si costruiscono scegliendo gli elementi adatti al progetto del tecnico. Ma il Bari non ha bisogno di suggerimenti: se i De Laurentiis hanno puntato su un indotto di tali proporzioni, significa che vogliono vincere tanto e subito».

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