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L'ex pm Savasta

BARI - Quando è finito in carcere, il 13 gennaio, l’ex pm tranese Antonio Savasta aveva il quinto dello stipendio pignorato. Poco meno di 1.100 euro al mese che finivano nelle tasche di una signora di Barletta, Filomena Di Lillo. È l’ennesima puntata, presumibilmente non l’ultima, della storia della masseria San Felice di Bisceglie, quella che il pm-imprenditore aveva acquistato a proprio nome nel 2005 per trasformarla in un resort di lusso. E che, con un contratto preliminare vergato nel 2006 su carta intestata della Procura di Trani, si era impegnato a vendere in quota parte alla Di Lillo e al marito, Giuseppe Dimiccoli.

La vicenda ha avuto una coda penale a Lecce, con Savasta condannato per falso in relazione alla costruzione di una piscina ma assolto dall’accusa di aver truffato l’ex socio (la Cassazione l’ha però annullata ai soli fini civili). Ma la Corte di appello di Bari, e veniamo al motivo del pignoramento, a febbraio 2018 ha accolto il ricorso della moglie di Dimiccoli, stabilendo che il magistrato avrebbe dovuto dare esecuzione al preliminare per il quale Savasta aveva già incassato l’intera somma pattuita, ovvero 230mila euro. Ma invece di vendere la masseria all’ex socio, come si era impegnato a fare, il magistrato ne aveva donato la nuda proprietà ad un fratello e alla sorella.
I giudici di appello (Prima sezione, presidente Cea) hanno però dichiarato inefficace la donazione, stabilendo che Savasta dovesse pagare alla Di Lillo 80mila euro di danni per aver mancato di eseguire la promessa di vendita di una parte della masseria. Secondo Savasta, quel contratto preliminare avrebbe semplicemente avuto la funzione di garantire la restituzione un prestito che gli era stato fatto dall’ex socio e amico Dimiccoli, ma la Corte d’appello è stata di avviso diverso. E così quegli 80mila euro - aggiungendo spese e interessi - sono diventati 147mila, e la Di Lillo (con l’avvocato Pasquale Nasca) ad agosto ha eseguito presso il ministero della Giustizia il pignoramento dello stipendio.
In primo grado, i giudici del Tribunale di Trani avevano respinto le richieste della Di Lillo con una sentenza non definitiva (il processo continua per le richieste di Di Miccoli, che chiede al giudice di stabilire quanto sia stato effettivamente pagato per l’acquisto e se aveva il diritto a essere considerato socio dell’attività commerciale che gestisce il resort). Ma in appello la decisione è stata ribaltata. E, per quanto non sia stata accolta la richiesta di esecuzione specifica (cioè di procedere alla vendita), i giudici hanno stabilito che quella scrittura privata era senza dubbio un contratto preliminare: Savasta «per la sua qualità professionale» sapeva senz’altro ciò che aveva firmato. «Il promittente venditore che abbia ceduto il bene promesso a terzi risponde a titolo di responsabilità contrattuale», è detto in sentenza: il danno si quantifica nella differenza tra il valore del bene all’epoca e quello attuale. Lo stesso Savasta aveva dichiarato che la masseria, diventata a colpi di ristrutturazioni un meraviglioso resort («Non è la classica sala ricevimenti, ma è lo splendore, l'eleganza e la raffinatezza di sposarsi in un'antica residenza del XVII secolo», è detto sul sito della società che oggi la gestisce) ha acquisito un valore di oltre un milione di euro, ben più alto dei 230mila previsti nel 2006 per acquistarne circa il 50%. Ma la famiglia dell’ex socio si è accontentata di chiedere 80mila euro, pari al mutuo che ha dovuto accendere all’epoca per versare quanto stabilito nel preliminare.

Intorno a masseria San Felice si sono sviluppati una serie di processi penali, nati tutti dalle denunce di Dimiccoli, e in gran parte conclusi con l’assoluzione del magistrato da varie accuse. È invece in corso il processo per lottizzazione abusiva e violazione del codice dei Beni culturali e del paesaggio, in cui sono imputati, sempre a Lecce, anche due dipendenti del Comune di Bisceglie, nonché il gestore della struttura e un fratello e la sorella del magistrato.
Dopo la sospensione dallo stipendio e dalle funzioni disposta dal Csm, il pignoramento dello stipendio di Savasta è diventato inutile. E così, mentre il magistrato ha presentato ricorso per Cassazione (è difeso dal fratello Maurizio, che non è direttamente coinvolto nella vicenda), con ogni probabilità Di Lillo e Dimiccoli procederanno con un pignoramento sull’immobile della masseria. Avrebbero potuto tentare, ad esempio di pignorare i canoni di fitto versati dal gestore, ma anche qui sono stati sfortunati: la società cui Savasta ha affidato il resort è finita in concordato preventivo.

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