Domenica 20 Ottobre 2019 | 21:51

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L’Italia è il secondo maggior produttore di pesca nel Mediterraneo e Mar Nero, con volumi di poco inferiori alle 250mila tonnellate di pescato annue per un valore di 754 milioni di euro, la Puglia è la seconda regione dopo la Sicilia, si stima che nei nostri mari vengano pescate circa 25mila tonnellate di pesce. Questi dati rimbalzano sui power point dei convegni accademici o sulla «blue economy», termine che oggi va molto di moda, ma in realtà, quando si parla con gli addetti ai lavori, lo scenario sembra tutt’altro che confortante.

La protesta dei pescatori che è partita in questi giorni dalla marineria di Manfredonia e, pian piano, si è allargata alle altre marinerie pugliesi di Trani, Bisceglie, Mola di Bari, Monopoli solo per citarne alcune, segnala un forte malessere, anzi uno sconforto che non si era mai avvertito prima. I pescatori pugliesi sono stretti in una difficile congiuntura tra scarsità di risorse e norme sempre più stringenti che rendono l’attività d’impresa molto complicata. Per comprendere cosa stia avvenendo si deve premettere che le normative europee - e questo non solo nel campo specifico della pesca - sono spesso immaginate per i Paesi del Nord Europa, a beneficio delle forti flotte atlantiche di Francia e Spagna, ma non si adattano alle esigenze della pesca mediterranea che utilizza sistemi di pesca e imbarcazioni ben diversi. Le lobby della pesca Nord europee sono molto più forti e la pesca mediterranea è sempre stata troppo debole, si è assistito passivamente allo smantellamento e alla dismissione di gran parte della nostra flotta, senza che ci fosse una reale politica di diversificazione verso altre attività più sostenibili e alla reale trasformazione di un settore che fa parte della nostra identità e delle nostre tradizioni. È mancata una vera politica della pesca. I pescatori di Manfredonia parlano di «Log book» ovvero della compilazione del giornale di bordo elettronico, ma non è quello il vero problema, poiché l’obbligo esiste già da diversi anni, il tema sono le tante, diverse, incombenze che il comandante del peschereccio deve realizzare per rispettare le stringenti norme sulla tracciabilità, sulla sicurezza, sui rifiuti e altro ancora.

Queste normative più facilmente possono essere osservate quando l’impresa di pesca ha grandi dimensioni, personale e un equipaggio adeguati, ma sui nostri motopesca si viaggia sul filo dei limiti tabellari prescritti, il carattere artigianale e familiare dell’attività si scontra contro un muro di gomma difficilmente valicabile. E se a questo si aggiunge che le risorse sono sempre più scarse, che in Adriatico è possibile pescare quattro giorni alla settimana (solo tre giorni per dieci settimane dopo il fermo biologico), si pesca solo quando il tempo consente di uscire, l’aumento del costo del carburante… ci si rende conto di quanto sia divenuto complicato. In più nel settore della pesca manca un ammortizzatore sociale, non esiste più la cassa integrazione, vi sono strumenti inadeguati per un settore in piena crisi. Vi è poi il crollo dei prezzi sul mercato, questa settimana sul mercato di Molfetta una cassa di merluzzi di prima scelta (circa sei chili) viene venduta a 15 euro, nei mercati del Nord Adriatico un chilo dello stesso pesce viene battuto ad 8 euro al chilo! I pescatori si lamentano dell’intensificarsi dei controlli oggi sempre più stringenti grazie alle nuove tecnologie, ma anche questo non è il cuore del problema, perché se le norme ci sono bisogna rispettarle. È necessario far valere le nostre esigenze e le nostre specificità in Europa, fare cartello. Negli anni Sessanta i pescatori molfettesi marciarono su Roma per un aumento del gasolio, e un giovane politico dell’epoca che si chiamava Aldo Moro li ascoltò e risolse la questione. Se di sviluppo della «blue economy» si deve parlare a livello nazionale e regionale, bisogna occuparsi realmente del settore della pesca con istanze e politiche ad hoc, bisogna adeguare la rappresentanza negli organi decisionali, altrimenti protestare non servirà a nulla.

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