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«Sono molto preoccupato
anche per la mia famiglia»

Il calvario di Giovanni Panunzio raccontato nel suo memoriale

«Sono molto preoccupato anche per la mia famiglia»

L’inizio è una annotazione: «15/12/1989 ore 15.30: telefonata con richiesta di lire 2.000.000.000 (due miliardi)». La fine è un presagio di morte: «sono molto preoccupato anche per la mia famiglia». Nel memoriale di 17 pagine c’è tutto il calvario di Giovanni Panunzio , il costruttore foggiano ucciso 25 anni anni fa, la sera del 6 novembre del ‘92, dalla mafia del pizzo che aveva denunciato rifiutando di pagare la tangente imposta: oggi nell’aula magna dell’università si ricorda il 25° anniversario della sua morte (ne riferiamo a parte, ndr).

Se la prima annotazione sul memoriale era quella relativa alla prima telefonata anonima con richiesta di un pizzo di 2 miliardi, la seconda è della prima minaccia diretta subita dal costruttore: «23/01/1990 ore 20.30 in via Vittime Civili mentre ero in auto venivo affiancato al lato guida da una moto con due persone che puntavano una pistola di grosso calibro verso di me, facendo segno di sparare. 23/01/1990 ore 22.30 arrivava telefonata da ignoto, dicendo che se volevano avrebbero potuto ammazzarmi. 23/01/1990 ore 23.10 arrivava telefonata da ignoto dicendo che era sempre lo stesso e nel parlare fece una richiesta di lire 2.000.000.000 (due miliardi)».

Panunzio dopo un iniziale tentativo di giungere ad un accordo con chi lo taglieggiava, si ribellò, disse basta, fece anche arrestare alcuni degli estorsori dalla squadra mobile. Panunzio fu sentito più volte da investigatori e pm Gianrico Carofiglio (l’attuale noto scrittore), l’ultima il 25 giugno del ‘92, cinque mesi prima d’essere ucciso dai mafiosi perché rischiava di diventare (come poi è successo) un simbolo di ribellione al racket. In quell’interrogatorio il costruttore spiegò la scelta di scrivere un memoriale (sequestrato nei mesi prima dalla squadra mobile). «Io, pur non tacendo di aver subìto l’estorsione che denunciai quasi subito, non ho riferito inizialmente dello svolgimento di tutta la faccenda perché in realtà pensavo di poter uscire dai problemi vedendomela da solo. Avevo annotato per cautela, e questo mi dava una certa sicurezza, lo svolgimento dei fatti in modo tale che se mi fosse successo qualcosa, voi poliziotti sareste venuti a sapere tutto. Siete comunque lo stesso venuti a saperlo, allorché mi avete sequestrato il manoscritto».

Panunzio raccontava punto per punto, giorno dopo giorno, cosa fosse successo da quando il pomeriggio del 15 dicembre dell’89 ricevette la prima telefonata estorsiva. Parlò dell’incontro nei primi mesi del ‘90 con un mafioso (poi condannato nel maxi-processo Panunzio, ed ammazzato qualche anno dopo in una guerra di mafia). «Gli chiedevo» scrisse il costruttore «se lui poteva risolvere la faccenda e che ero disposto a pagare un caffè. Lui mi chiese di quanti milioni era il caffè, gli dissi di 50 milioni e che era possibile una eventuale correzione. A quel punto mi disse che mi faceva sapere».

«Non riesco a darmi spiegazioni per quanto succede e non so chi sono le persone che mi minacciano», scrisse ancora Panunzio parlando anche dell’incontro con Salvatore Chiarabella foggiano che si pentì - primo collaboratore di Giustizia della «Società» - nel luglio ‘92, temendo d’essere ucciso mentre era in carcere proprio per il tentativo di estorsione a Panunzio. «Chiarabella mi disse» scrisse Panunzio «che mi conveniva pagare perché molti pericolosi delinquenti mi facevano l’estorsione. Dissi che altri costruttori non pagavano e fece il nome di..., lui mi rispose che per il momento quelli lo tenevano al fresco e che dopo doveva pagare pure lui, e parlò di altri costruttori che già pagavano. Sono molto preoccupato anche per la mia famiglia e ho deciso che pagherò, anche perché non mi fido della Giustizia e questa banda è molto pericolosa».

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