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giustizia e paradossi

Rifiuti, i due comuni
in guerra con «se stessi»

Gli enti rifiutano di adeguare la tariffa decisa dal Consorzio di cui fanno parte e dalla società pubblica di gestione che ora rischia la bancarotta

rifiuti

La situazione è quella tipica dei litigi tra soci nelle aziende private, con la differenza che nel primo caso in ballo ci sono interessi privati, questa volta si tratta di soldi e interessi pubblici. A tener banco sono ancora i rifiuti che nel Foggiano sono protagonisti di una vera e propria battaglia tra la Sia, una società a capitale interamente pubblico concessionaria del Consorzio Igiene Ambientale Bacino FG/4, per gestire la raccolta dei rifiuti, e due soci, i comuni di San Ferdinando e Trinitapoli. Una lite «in famiglia» finita sui tavoli della Procura di Foggia, della Corte dei conti e della Prefettura e adesso anche sul tavolo del giudice civile chiamato a decidere un ricorso d'urgenza. Il motivo del contendere? L'adeguamento della tariffa di conferimento in discarica, in soldoni 1,5 milioni di euro che rischiano di far saltare il banco, mettere alla porta 300 lavoratori e compromettere il servizio di raccolta in diverse comunità delle province Bat e Foggia.

Facciamo un passo indietro. Nel 1998 si costituisce un Consorzio tra i Comuni di Carapelle, Cerignola, Margherita di Savoia, Orta Nova, San Ferdinando di Puglia, Sornara, Stornarella e Trinitapoli (ai quali si aggiungerà, il 30 dicembre 2002, il Comune di Ordona) per la gestione associata dei servizi ambientali. Il Consorzio, a sua volta, per gestire tale attività in house (cioè con affidamento diretto) costituisce una società che si occupa materialmente del servizio dando lavoro a 300 persone. 
Nel corso degli anni la società Sia ha potuto erogare il servizio a favore dei comuni consorziati a un prezzo competitivo anche grazie all'affidamento della gestione di Cerignola, cui conferivano altri 21 comuni rappresentando così una fonte di reddito da «reinvestire» nei costi contenuti per gli enti consorziati. Tutte rose e fiori fino a due mesi fa quando la discarica di Cerignola ha detto stop, quindi sono finiti gli introiti extra che consentivano alla Società (e al Consorzio) di poter beneficiare dei costi contenuti di conferimento.

Una situazione ampiamente discussa nel corso dell'assemblea del Consorzio, nel corso della quale si è deciso di «adeguare» le tariffe a quelle richieste dalla discarica di Grottaglie, sito individuato per lo smaltimento dei rifiuti. Uno scherzetto che ha fatto lievitare i costi di oltre 50 euro a tonnellata, oltre ecotassa, con tutte le ricadute negative in termini di costi.  Quasi tutti i comuni hanno deciso di adeguare, ribaltando i costi della collettività quindi aumentando le tariffe, perchè diversamente i conti del Consorzio avrebbero registrato un saldo negativo di oltre 4,5 milioni di euro.

I sindaci di San Ferdinando e Trinitapoli hanno però alzato le barricate: non solo non hanno accettato l'aumento ma con i poteri attribuiti dalla legge, ovvero utilizzando lo strumento della cosiddetta «ordinanza contingibile e urgente» che dà potere ai sindaci di decidere in materia di emergenza ambientale, hanno difatti obbligato la società Sia, dunque lo stesso Consorzio di cui fanno parte, a erogare il servizio allo stesso costo precedente. Della serie: vaglielo a spiegare adesso ai cittadini che devono pagare di più. magari dopo aver fatto annunci roboanti. A conti fatti, secondo Sia (assistita dal prof. Michele Dionigi, di Bari), il «danno» secco sarebbe di circa 1 milione e mezzo all'anno, soldi che Sia (e sempre il Consorzio, quindi anche i due comuni) dovranno tirar fuori per fronteggiare la differenza dei costi, salvo a decisione di chiudere baracca e burattini, sospendere il servizio, licenziare 300 persone e dare vita a un contenzioso infinito con inevitabile ricadute sulla collettività.

Non è tutto. Per evitare azioni legali con effetti immediati i sindaci stanno eseguendo ordinanza quotidiane, con validità di 24 ore, che di fatto vanificano ogni azioni legale, soprattutto dinanzi al Tar competente a decidere sugli atti amministrativi. Di qui la decisione di chiedere l'intervento del giudice civile un provvedimento (urgente) che riconosca il diritto all'adeguamento contrattuale. Insomma, una battaglia che generalmente dura anni, si tenta di risolverla - per modo di dire - nei tempi di un ricorso ai senso dell'art. 700 (procedura d'urgenza). L'alternativa, del resto, sarebbe il fallimento della società e il licenziamento dei 300 dipendenti.

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