La storia di Pietro La Torre comincia a Manfredonia, in una casa dove la cucina era un rito collettivo. «Eravamo nove figli, la domenica ognuno aveva un compito. A me davano un po’ di pasta per giocare», ricorda. Tra i troccoli di sua madre e i conigli ripieni preparati dal padre nasce la sua idea di cucina come spazio di serenità. «Il contesto è famiglia. Mio padre voleva che quel giorno fosse una festa, una brigata che parlava e cucinava insieme».
A cinque anni la famiglia si trasferisce in Germania. È lì che Pietro scopre la cucina professionale: a quattordici anni entra in una pizzeria e impara osservando. La scuola alberghiera tedesca, fatta di studio e pratica, gli dà disciplina. «Mio padre mi aveva insegnato il rispetto e l’educazione maniacale. In cucina porto ancora oggi quei valori».
Il destino cambia direzione con un viaggio a Canicattì per il matrimonio della sorella. Pietro ha 16 anni e della Sicilia ha un’immagine distorta, ma basta un caffè offerto da uno sconosciuto per ribaltare tutto. «In sedici anni non avevo mai visto una tale ospitalità». E poi c’è Milena, la ragazza che diventerà sua moglie. «È la mia colonna portante. Se lei mi dice che un progetto si può fare, io parto. Altrimenti sto fermo».
A diciotto anni si trasferisce definitivamente in Sicilia. Lavora ovunque, fino a diventare chef in una sala ricevimenti. Da lì nasce tutto: un piccolo locale da 30 posti, i banchetti nelle case dei rotariani, poi il catering che diventerà un marchio riconosciuto. Oggi La Torre firma 600 eventi l’anno.
In quegli anni arriva anche la folgorazione: la nouvelle cuisine di Gualtiero Marchesi. «Mi ero innamorato di questo signore. Ho iniziato a studiarlo, a comprare i suoi libri, a capire la sua filosofia». Prova a portare quella visione in Sicilia negli anni ‘90, con menu degustazione e piatti puliti, essenziali, troppo avanti per il pubblico dell’epoca. Ma quell’impronta resta, e ancora oggi guida la sua idea di cucina contemporanea.
Accanto a lui cresce una squadra che considera famiglia. «La mia prima brigata è quella di casa, la seconda sono i miei collaboratori». In alta stagione arrivano a 250, molti dei quali sono cresciuti con lui fino alla pensione. «Ognuno di loro per me è un La Torre. È grazie a loro se siamo arrivati fin qui».
E poi Aquanova, il ristorante-laboratorio che porta a Canicattì visitatori da tutto il mondo e che nel 2025 ha ricevuto la menzione nella Guida Michelin. «Aquanova è la ciliegina sulla torta. È quel pezzo di zucchero che addolcisce le persone aspre». Qui Pietro porta avanti la sua filosofia: tradizione e innovazione, memoria e tecnica. «Per me la cucina è un pezzo di storia che si tramanda. Ho preso i piatti di mio padre e gli ho dato una nuova identità».
Ed è qui che il legame con la Puglia diventa fondamentale. «Le mie radici non le ho mai lasciate: la pasta e patate, il polpo al sugo, la pasta al pomodoro… sono la mia memoria». In Sicilia quelle ricette si trasformano, dialogano con il territorio, diventano altro senza perdere l’anima: il ragù di polpo cotto a vapore e trasformato in essenza, la pasta e patate con brodo di cozze e calamari alla barbabietola. «La tradizione è il punto di partenza. L’innovazione è rispetto, amore per la materia prima, ricerca continua».
E mentre i figli Vincenzo, Chiara e Sabrina prendono in mano l’azienda, lui continua a studiare, sperimentare, progettare. «La passione non si ferma mai». È la stessa scintilla che, da bambino, lo portava a impastare un pezzo di pasta nella cucina di casa. Una tradizione che oggi è diventata futuro.
















